La torre d’acqua

Una notte – una notte in cui non solo pioveva ma diluviava, le facciate dei palazzi si accendevano e si spegnevano a intermittenza, la città, con le strade e i marciapiedi allagati, si accartocciava su di sé – prese uno sgabello e si sedette davanti alla finestra. Osservò il desolato panorama per qualche istante. Poi tirò fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni e andò sul suo Profilo Pubblico Personale. Con l’indice esercitò una leggera pressione sulla scritta FOTO.

Erano tutte fotografie caricate da altri: lui, o meglio la sua faccia in mezzo a una combriccola di altre facce paonazze per l’alcool in un locale di Alessandria; lui a colloquio con due ragazze, una mora e una bionda, sotto i portici; lui che fa una boccaccia idiota all’obiettivo, con la lingua di fuori; lui che fuma una sigaretta, solo, in riva al mare; lui con un gruppo di altri studenti sul selciato di una piazza di Torino; lui con un pugno di amici sul letto arido di un torrente fuori Los Angeles; lui con una parrucca e le pupille dilatate, dopo essersi evidentemente drogato, in un club di Budapest; lui che bacia la ex ragazza in casa di lei, e sullo sfondo suo fratello che li guarda di traverso; lui con della gente appena conosciuta, seduto per terra, ad Amsterdam, con le gambe penzoloni nel canale. Eppure… Osservandosi con attenzione… Ingrandendo il suo volto… Se provava a entrare nel vecchio se stesso, a sentire le sue emozioni, i suoi sentimenti, le sue passioni di allora, lui non sentiva nulla. Non rientrava in se stesso. Stava in piedi di fianco a un estraneo. 

Intanto che la tempesta infuriava sulla città, lui era incapace di distogliere lo sguardo dalle foto di quell’individuo che si aggirava tra le persone e i continenti senza che sul suo volto riuscisse a scorgere un segno che lo aiutasse a inquadrarlo, a fargli dire ecco, qui sono io triste, qui sono sereno, qui esuberante, ecco, qui ce l’ho con qualcuno, qui sono a mio agio con qualcun altro, qui provo qualcosa per qualcun altro ancora… E così via. Quell’individuo lo inquietava. Se non percepiva nulla, non sentiva nulla, non provava nulla, il tizio, come faceva a prendere decisioni, a interagire con gli altri, a vivere? Fingeva forse di essere il padrone della sua vita? Ciò che faceva, lo faceva, per caso, perché animato da altro, qualcosa di torbido che non si poteva dire facilmente, che gli ottundeva le cose del mondo, compresi i suoi simili? Che il suo unico bisogno fosse, chissà, quello di sentire qualcosa, anche se ciò – nel suo caso – significava passare sopra gli altri? Che gli fosse più vitale sentire qualcosa, che non vivere in pace con gli uomini? Gli sarebbe piaciuto, a quell’individuo delle foto, essere trattato dagli altri come lui trattava loro?

Fuori pioveva così forte che non si vedeva più nulla, la città non esisteva più, si udiva solo il rumore di una cascata perpetua e fragorosa che si frangeva sul buio. Lui scorreva lentamente le foto col pollice. Trascorsero ore senza che se ne rendesse conto. La tempesta, in ogni caso, non accennava a smorzarsi. Sarebbe anche potuta non finire mai, per quanto lo riguardava. Lui sarebbe rimasto alla finestra a guardare le immagini: prima o poi sarebbe venuto a capo dell’estraneo delle foto, se ne sarebbe fatto una ragione, ne era convinto. Alzò la testa per far riprendere gli occhi affaticati. Con sua somma incredulità, però – ebbe un repentino trasalimento – non c’era più nessuna finestra davanti a lui, a dire il vero non c’era più neanche la parete, anzi non c’era più la casa; sopra di lui solo una torre d’acqua scrosciante, alta centinaia di metri, che avanzava a incredibile velocità e che lo travolse senza lasciargli il tempo per fare o pensare alcunché: non aveva più gli occhi – non aveva più le braccia – non aveva più un corpo; non era più un uomo; era l’acqua, che si trasformava di continuo, con naturalezza, a seconda dell’ostacolo che incontrava, era l’acqua che, invincibile, travolgeva tutto senza farsi un graffio, senza che la si potesse contrattaccare, era l’acqua che, maestosa, languida, crudele, sprofondava gli uomini e la città nell’abisso perché non avrebbe potuto non farlo. Smise di porsi domande. Per lui era tempo di fluire. 

Si svegliò di soprassalto. Aveva il cellulare in mano; la sua fronte era sudata; sentiva già la schiena a pezzi per aver dormito in quella posizione contorta. Si drizzò e, con gli occhi mezzi chiusi, dopo aver rinfoderato il cellulare, guardò fuori: pioveva forte, l’acqua rifletteva le luci appese ai cavi del tram, in giro non c’era nessuno se non l’acqua. Non ricordava nemmeno più per quale motivo si era seduto lì, davanti alla finestra. Che cosa strana… Si alzò. Si infilò un paio di pantaloni e un maglione, indossò il cappotto e – senza neanche prendere l’ombrello – si precipitò fuori di casa. Nonostante il cattivo tempo, non avrebbe saputo dire perché, gli era venuta una gran voglia di uscire.

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