Scenderà la notte

Si girò sulla sinistra e chiuse gli occhi. Ancora non comodo, spostò il peso sulla destra. Si impegnò a rimanere fermo, ma la maglietta gli si era piegata sotto il fianco e gli dava fastidio. Si mise supino. La sua ragazza, che gli dormiva abbracciata, si lamentò nel sonno e si distaccò da lui. Anche quella notte, come tutte le precedenti della settimana d’altronde, non riusciva a dormire. I suoi occhi, sbarrati, vagavano nelle tenebre.

Senza fare rumore si alzò per andare in cucina. Prese una bottiglia e rovesciò l’acqua nel bicchiere. Bevve con avidità. Dopo averlo posato sul tavolo, il suo sguardo cadde sulla mensola, più in particolare sulla pallina di erba avvolta nella pellicola trasparente.

Staccò dalla cima quella che riteneva essere la giusta quantità e, dopo averla sminuzzata nel grinder, la travasò nel vaporizzatore da tavolo. Aspettò che si riscaldasse.

Non c’era niente di meglio di una fumata per tranquillizzarsi.

Ridacchiando per alcune gag demenziali sulla televisione a volume basso, sbuffo dopo sbuffo aveva riempito la sala di un vapore leggero e profumato. Guardò gli ultimi minuti di un film dell’orrore mangiando latte e cereali. Seguì il telegiornale della notte e il notiziario sportivo divorando una barretta di cioccolato. Si sentiva già meglio.

Appena notò, cambiando programma, che si era fatto davvero tardi, spense sia la televisione che il vaporizzatore.

Andò alla finestra per vedere se era ancora notte o se stava già albeggiando. Scostò la tenda e inclinò la testa verso la striscia di cielo tra i palazzi: ancora notte. Avrebbe potuto dormire quanto gli occorreva per rimettere a nuovo quella faccia sbattuta ed evitarsi le battute dei colleghi a lavoro.

Abbassando lo sguardo, però, qualcosa attirò la sua attenzione.

Le finestre del palazzo di fronte avevano tutte le tapparelle abbassate o le tende tirate, oppure erano immerse nel buio, ma ce n’era una, agli ultimi piani, illuminata da una luce fredda e cruda.

Si era fatto troppo tardi, in ogni caso. Doveva dormire almeno qualche ora, se la mattina seguente non voleva, tralasciando i colleghi, essere fulminato con lo sguardo dal suo superiore.

Rimise a posto la tenda e tornò in camera da letto.

Prima di coricarsi, tuttavia, ancora con lo sfavillio negli occhi e la curiosità che montava, cambiò idea.

Andò alla finestra della stanza e spostò anche quelle tende.

Questa volta, si rese conto con un brivido, c’era qualcuno alla finestra di prima. Nonostante il suo primo impulso fu di andarsene, non senza imbarazzo rimase: una donna ricambiava il suo sguardo.

Aveva, lei, un viso pallido incorniciato da lunghi e mossi capelli biondi. La sua pelle era più brillante della luce alle sue spalle, come se il bagliore provenisse proprio dalla sua fronte alta, dalle sue guance scavate. Vestiva una camicia da notte con un largo scollo, che le metteva in risalto le forme.

Era la donna più bella che lui avesse mai visto, e ne era sicuro nonostante la distanza da cui la osservava.

Gli venne il dubbio che la donna stesse guardando qualcun altro in strada, così controllò. Ma non c’era l’ombra di una persona, i marciapiedi erano deserti e lucidi di pioggia.

Quando tornò a lei, vide che si stava sfilando una spallina con le dita affusolate. Qualche istante dopo si era sfilata anche l’altra. Poi, con fare sensuale, abbassò l’orlo…

“Che stai facendo?” disse la sua ragazza con la voce assonnata.

“Mi hai fatto prendere un colpo” rispose lui, sorpreso.

“Non riesci a dormire”

Lui fece di no con la testa.

“Non importa” lo rassicurò lei. “Passerà presto, vedrai”

Lui assentì di nuovo, poco convinto.

“Vieni qui con me. Al calduccio” disse lei.

Quando la sua ragazza gli diede la schiena per cercare una nuova posizione in cui dormire, lui diede un’ultima sbirciata al palazzo di fronte. Non c’era più nessuno; le tapparelle erano state abbassate.

La notte seguente la sua ragazza era di nuovo avvinghiata a lui che, di nuovo, non riusciva a dormire.

Per tutto il giorno, nonostante si fosse impegnato a scacciarla dalla sua mente, non aveva fatto che pensare a quella donna dai tratti fragili ma sensuali, dalla pelle esangue ma luminosa, dal contegno paradisiaco ma infernale. Avrebbe voluto sia baciarla, sia respingerla il più lontano possibile. E poi, esisteva davvero? Forse non era che una visione dovuta all’erba. Ma chi voleva prendere in giro… l’erba non fa vedere cose che non ci sono.

Dopo essersi svincolato gentilmente dall’abbraccio, andò in cucina.

Prese un bicchiere e lo posò sul tavolo. Stasera niente fumate, per carità, pensò mentre l’acqua ghiacciata gli rinfrescava la gola. Lasciò il bicchiere nel lavandino e prese la via del ritorno per la stanza, ma poi, all’improvviso, si fermò. Girò su se stesso e, con passo felpato, raggiunse la finestra del salotto.

Dopo aver scostato le tende, adocchiò. Non c’era niente e nessuno, solo una tapparella avvolgibile abbassata. Forse quella donna era stata davvero frutto della sua immaginazione suggestionabile e alterata dai principi attivi. Anche se non aveva senso…

Riprese la via della camera da letto.

Si infilò sotto le lenzuola. In qualche modo riuscì ad addormentarsi.

Non aveva ancora fatto in tempo a godersi un po’ di sonno che un rumore dall’interno della casa, qualcosa di simile a uno scalpiccio, lo costrinse a riaprire gli occhi.

La sua ragazza dormiva un sonno profondo. Sembrava non aver sentito nulla. Inspirava ed espirava a intervalli regolari.

In punta di piedi si inoltrò nel buio. Una volta in salotto accese l’interruttore: non c’era nessuno.

Tornando in camera da letto constatò con sorpresa che la sua ragazza doveva essersi svegliata e che aveva acceso una luce. 

Appena fu dentro il suo sangue gelò.

La sua ragazza non si era svegliata. Dormiva nella stessa posizione di prima. La differenza era che in piedi, a lato del letto, nella penombra, c’era lei, la donna, interamente nuda.

Restò immobile nei pressi della porta.

Quel corpo, abbagliante nel suo candore, non lo faceva avanzare né arretrare di un passo. La sua bellezza sarebbe stata troppo da reggere non solo per lui, ma per qualsiasi uomo. Lo terrorizzava, quella donna, e lo estasiava al contempo. Non sapeva come venirne a capo.

Lei, con un delicato gesto delle dita, lo invitò ad avvicinarsi.

Lui dovette obbedire all’impulso dei suoi muscoli, che si azionarono da soli trascinandolo davanti a lei.

I suoi occhi non ebbero pudore. Vagarono in lungo e in largo su quel corpo: nonostante le sottili braccia, le deboli spalle e lo sterno ossuto, la donna aveva un abbondante, formoso seno. La luce della lampada lo illuminava mettendone in risalto il colore esangue. Il resto della figura, in ombra, lasciava intuire lo stesso equilibrio di snellezza e rigogliosità.

Le labbra di lui si avvicinarono alle labbra di lei come se andassero per conto proprio. Lei alzò la mano per respingerlo. Lui si tirò indietro.

Dopo avergli sorriso coi denti immacolati, lei gli afferrò le mani e, senza sforzo, senza che lui potesse fare nulla per impedirlo, gliele strinse intorno al collo della fidanzata.

Strozzava la sua ragazza e non poteva fare nulla per impedirlo. Non aveva potere su se stesso. Gli era negato di fermare le sue le dita, che premevano con forza e non avevano intenzione di fermarsi. Altro da sé lo animava. La sua ragazza aveva aperto gli occhi e, disorientata, provava a ribellarsi, ma non riusciva perché lui aveva una forza e un’energia tali da non lasciarle scampo.

La donna, intanto, continuava a osservarlo. I suoi occhi non tradivano che una perversa eccitazione per quello che stava accadendo.

Dopo alcuni momenti di pietosa e impari lotta, la sua ragazza era ormai soffocata. Lui, disperato, non sapendo che altro fare, scoppiò nell’urlo più fragoroso che gli riuscì.

Il suo campo visivo si oscurò.

Quando riebbe la vista, dopo le prime macchie indistinte e i contorni sfasati, non capì che cosa stava succedendo: la sua ragazza era sopra di lui e gli teneva la testa tra le mani.

“Calma” gli ripeteva. “É un brutto sogno”

Appena fu sicuro che la sua ragazza stava bene, la abbracciò e la baciò. Lei gli chiese:

“Urlavi come una bestia… Tutto bene?”

Lui non rispondeva. Era stremato.

“Amore” continuò lei. “Che sognavi?”

“Non lo so” mentì lui. “Le immagini se ne sono andate”

Lei lo accarezzava sulla spalla per confortarlo.

“Scusa se ti ho svegliato”, disse lui.

“Non preoccuparti per me” disse lei, e poi il suo volto si fece più severo: “Piuttosto… Sii sincero con me… C’è qualcosa che non va? Prima l’insonnia… Adesso gli incubi…”

Lui ritardò di nuovo la risposta. Doveva pensarci.

“Direi di no” disse.

Lei lo fissò dubbiosa.

“Sicuro?” gli chiese.

“Perché non dovrei?”

Altro silenzio.

“Non ti fidi di me?” disse lui.

“Certo che sì” rispose lei. “Scusami. Vado a prenderti un bicchiere d’acqua “

Quando lei uscì dalla stanza lui, incalzato da una frenesia che gli correva sotto la superficie della pelle e lo faceva sentire come una fiamma guizzante dalle molteplici punte, tornò alla finestra. Tirata la tenda, guardò: la donna era là con gli occhi fissi su di lui. Aveva il seno scoperto. 

La sua ragazza era già vestita col tailleur scuro e le calze nere, pronta per andare a lavoro quando, il mattino seguente, lui piombò in soggiorno in maglietta e mutande.

Lei gli disse che, se non si fosse lavato i denti e vestito in dieci minuti, sarebbe arrivato in ritardo. Aveva provato a svegliarlo in ogni modo, ma lui niente. Che gli prendeva? Non si era ripreso dalla nottata? Lui, con gli occhi ancora mezzi chiusi, le rispose che non si sentiva tanto bene: niente di grave, solo un po’ di nausea. Avrebbe chiamato a lavoro e si sarebbe scusato dicendo di non essersi sentito bene all’improvviso. Che era anche il motivo per cui non era riuscito ad avvisare prima.

La sua ragazza gli diede un bacio sulle labbra. Gli disse di essere dispiaciuta che non stava bene. Si scusava poi se era un po’ brusca, ma doveva proprio andare.

Uscì di casa col sorriso, dicendogli di godersi la giornata e guarire presto.

Lui non aveva nessuna nausea. Voleva solo capire chi o cosa fosse quella donna. Che cosa pretendeva da lui? Sesso, per caso? O forse che lui facesse del male alla sua ragazza? Ma per quale motivo, poi?

Con vergogna si rese conto che non riusciva a smettere di pensare a come sarebbe stato baciarla, la donna. Doveva incontrarla di nuovo. L’avrebbe cercata nell’appartamento quel giorno stesso. E l’avrebbe baciata. E le avrebbe chiesto chi o cosa fosse e cosa voleva da lui. O forse nell’ordine contrario.

Tirò le tende ai lati. Collocò una sedia vicino alla vetrata e vi si sedette. Individuò il piano della finestra (la tapparella era giù) e, dopo, l’entrata della scala corrispondente sul marciapiede. Era un palazzo alto e imponente. Non si capiva se era vecchio o nuovo, né che tipo di pianta avesse, né quali fossero i suoi materiali di costruzione. Aveva le finestre slanciate e strette, che ne accentuavano la verticalità.

Dopo esseri lavato, rasato, vestito coi pantaloni scuri, la giacca e la camicia, indossò il cappotto e uscì di casa.

Appena fu in strada si rese conto che aveva preso a cadere una pioggia fitta e leggera. Il cielo si era rannuvolato.

Si coprì i capelli con le mani e camminò sul suo lato di strada, parallelo al palazzo.

Quando si trovò di fronte all’ingresso, sbirciò dentro. Nonostante la pioggia e le macchine, oltre alla distanza da cui guardava, riuscì a vedere che all’altezza dell’ingresso c’era una portineria.

Dentro, guardò meglio avanzando di qualche passo sulla carreggiata, c’era il portinaio seduto dietro un banco. Aveva un contenitore aperto davanti a sé e piluccava della carne con una forchetta di plastica.

Doveva aspettare che il custode si assentasse, se voleva entrare.

La pioggia aumentava. Voltandosi, constatò con piacere di trovarsi davanti alla birreria in cui andava un paio di volte a settimana.

Entrò e si sedette. Ordinò un cheeseburger doppio e una birra.

Andò fuori a vedere se il custode aveva finito, ma quello non aveva finito per niente, anzi aveva aperto un altro contenitore ed era tornato a nutrirsi con voracità. D’altronde era ora di pranzo.

Ordinò un’altra birra e la bevve in un sorso. Quando tornò fuori, con suo sommo dispiacere, constatò che quello stupido custode mangiava ancora. Il suo pranzo pareva interminabile.

Bevve la terza birra. Quando uscì, esultò: il custode non c’era.

Dopo aver pagato, si affrettò sull’altro marciapiede tagliando la strada a un automobilista che gli suonò il clacson.

Sul vetro della portineria era appeso un biglietto: “Sono in bagno. Torno subito”.

Si intrufolò su per i gradini della scala a destra. Secondo i suoi calcoli doveva essere quella.

Dopo qualche piano a piedi, chiamò l’ascensore. Era un ascensore grigio metallizzato, anonimo. Premette il pulsante del piano più alto.

Uscì sul pianerottolo. Camminò su una moquette rosso scuro fino alla fine del corridoio.

Alla sua destra c’era la porta di quello doveva essere l’appartamento della donna. Era l’unica porta, notava, senza una targhetta né una maniglia. Per il resto, uguale alle altre.

Fece un lungo respiro. Poi bussò, ma non ricevette nessuna risposta.

Provò ancora, stavolta con più forza. Ancora niente. Guardò dentro lo spioncino, ma non vide nulla.

Dopo aver appurato di non essere visto da nessuno, alzò la suola del piede e tirò un calcio alla porta con tutta la forza che aveva. Quella, dopo uno scricchiolio, cadde all’interno della casa facendo un gran rumore.

Il posto, angusto e dal soffitto basso, era buio e umido. Un odore di muffa aleggiava nell’aria stantia. Sottili raggi di luce bianca filtravano dalle tapparelle chiuse del salotto, le stesse che lui vedeva da casa sua.

Si muoveva con circospezione su quel pavimento ondulato e traslucido che non aveva mai visto in nessuna casa prima. A ogni angolo che girava si teneva pronto, coi pugni alzati, ad affrontare qualunque cosa gli si fosse parata di fronte.

Andò in cucina e la illuminò in ogni angolo con la luce del cellulare. Non c’era niente, a parte la polvere e gli insetti.

Sempre col cellulare in modalità torcia percorse il corridoio fino in fondo.

Non solo non c’era nessuno: non c’era neanche la traccia di un precedente insediamento umano.

Controllò nelle camere e nei bagni. Niente mobili o elettrodomestici, né cibo, vestiti, medicinali: non c’erano oggetti di alcun tipo.

La casa era vuota. Totalmente deserta.

Una volta a casa sua, si distese sul divano senza nemmeno togliersi il cappotto. Si massaggiò i capelli umidi e la fronte lucida di pioggia. Chiuse gli occhi. Se la donna non era una donna in carne e ossa che abitava nell’appartamento di fronte, allora chi era, o meglio che cos’era, si domandava mentre il mal di testa incalzava appena sopra l’arcata del sopracciglio.

Si alzò e si liberò del cappotto, lasciandolo a terra.

Staccò il portatile dalla carica e lo aprì sul tavolo della cucina.

Sul motore di ricerca scrisse “allucinazioni” e poi, notando tra i suggerimenti il più specifico “allucinazioni visive”, ci andò sopra col cursore e cliccò.

Gli venivano proposti più di 600.000 risultati.

Tra le possibili cause delle allucinazione visive, era opinione comune tra gli esperti e i dottori, concluse dopo aver spulciato una decina di articoli sull’argomento, c’era la deprivazione da sonno.

Ma il suo problema più recente non era l’insonnia; era la confusione tra la veglia e il sonno, che non riusciva più a distinguere.

Una ricerca in questa direzione lo portò al nome di una malattia che aveva già sentito: narcolessia. Chi ne soffre, leggeva, entra troppo velocemente nella fase REM e troppo velocemente ne esce: per questo un narcolettico può avere allucinazioni quando si addormenta (ipnagogiche) e quando si sveglia (ipnopompiche).

Possibile che un’insonnia si trasformi in narcolessia? Forse aveva sia l’una che l’altra. Ma succede a tutti di non dormire qualche notte, no? Non per questo si è malati di insonnia, non per questo si vedono cose che non esistono. Riguardo alla narcolessia, poi, non gli sembrava credibile di poterne soffrire. A pensarci con un po’ di attenzione, non era mai caduto in un sonno improvviso durante il giorno, che fosse a lavoro, per strada, a casa. E quello era il sintomo principale del disturbo. 

Dopo qualche pensiero a proposito, giunse a una conclusione: non soffriva né di insonnia, né di narcolessia. 

Era solo un po’ confuso. Nessun dottore, nemmeno il più preparato e saggio del mondo, avrebbe potuto dirgli ciò che desiderava sapere, e cioè chi o che cosa fosse quella donna che lo assillava da un paio di giorni. Nonostante il celebrato progresso, le scienze all’avanguardia, l’invincibile tecnologia, certe cose non potevano essere spiegate con la ragione, con l’analisi, né potevano essere ricondotte a schemi che erano familiari. L’uomo era da solo con esse, e solo rimaneva.

Richiuse il portatile. Dopo averlo osservato per qualche secondo, lo afferrò. Se lo portò dietro la spalla. Poi, all’improvviso, come colto da un accesso di furore, lo scagliò contro il muro. Lo schianto fece più chiasso di quanto si aspettava. Il display si distaccò dalla tastiera. Qualcosa di simile al sollievo, una sensazione diffusa di piacere, lo pervase in tutto il corpo.

Dopo aver guardato in lungo e in largo in giro per l’appartamento – il loro appartamento spazioso, a un piano alto della torre di vetro, alla moda, nuovo, costoso, tecnologico, elegante – si avvicinò a una delle lampade del soggiorno e la fece cadere a terra. La pestò con le suole e, non contento, ci saltò sopra ripetutamente. 

A passi lenti ma decisi raggiunse il purificatore dell’aria. Lo sollevò con entrambe le mani e lo scaraventò contro il grande televisore appeso al muro, squarciandone lo schermo. Strappò i cavi rimasti inseriti e, dopo aver divelto il televisore, non senza difficoltà lo trasportò fino alla cucina per gettarlo contro il forno a microonde, che si aprì e sprizzò scintille. Mentre dall’interno dell’elettrodomestico cominciò a uscire del fumo, un cattivo odore di bruciato invase la zona della cucina.

Il mal di testa gli era passato; ma non aveva ancora finito.

Abbracciò il frigorifero per provare a sollevarlo, ma era troppo pesante. Si sistemò di fianco e iniziò a dondolarlo. Dopo qualche momento il frigo rovinò a terra e sembrò che qualcuno avesse sparato, dal fracasso che fece.

Si guardò intorno. Sembrava che la casa fosse stata rasa al suolo da una banda di delinquenti.

Srotolò la pallina di pellicola, staccò un po’ di erba. La schiacciò tra i dentini del grinder e lo richiuse. Dopo, invece di travasarla nel braciere dell’atomizzatore, la abbandonò sulla copertina di un film in dvd. Cercò affannosamente in un cassetto. Ne aprì e chiuse altri con decisione, finché non trovò quel che cercava, cioè dei filtri e delle cartine.

Si girò una canna lunga e spessa. Gli piaceva la sensazione che dava, rollare con pollici e indici… Quasi non si ricordava più come si faceva.

Stava ancora fumando con occhi assenti, quando la sua ragazza rientrò. Posò la borsa, si tolse i tacchi e, in silenzio, con la bocca aperta dallo stupore, andò da lui.

“Cos’è successo?” disse con voce rotta, guardandosi intorno.

Lui non rispondeva, anzi non la degnava nemmeno di uno sguardo; le sue pupille erano perse nel nulla.

“Ehi!” disse lei alzando la voce, e riprovò: “Che cosa diavolo è successo qui?”

Dato che lui continuava a non darle retta, gli prese la canna di mano e gliela spense nel lavandino.

Lo tirò per il colletto della camicia e lo schiaffeggiò. Lui era ancora impassibile, con la testa altrove.

“Guardami… Parlami” disse lei, esasperata. “Ti prego”

Lui inspirò ed espirò a pieni polmoni, come appena uscito da una lunga apnea. 

 “Mi dispiace” riuscì finalmente a dire. “Io…”, e poi, dopo qualche secondo:

“Quella maledetta…”

“Che cosa?”

“Non lo so neanche io”

“Chi è stato a fare tutto questo?” disse lei.

Ancora silenzio.

“Non sei stato tu. Vero?”

Lui si mise una mano sulla fronte, annuì. 

“Perdonami” disse.

Lei non sapeva né che dire, né che fare. Rimase in silenzio. 

Dopo un po’, provò a scuotersi: “Adesso stai tranquillo. Domattina mi prendo un giorno e vediamo insieme un dottore. Andrà tutto bene”, gli disse con un tono infantile che non aveva mai usato con lui.

Qualche ora dopo l’uomo stava camminando per strada. Gli toccava schivare di continuo persone che, su di giri, con birre e bicchieri mezzi pieni nelle mani, festeggiavano qualcosa. Una massa di individui festanti invadeva le vie. Non c’era un centimetro di marciapiede libero.

Un coro di voci che non sapeva da dove provenisse intonava: “Stanotte si fa il botto. Tu sei pronto?”

Al suo fianco camminava, a grandi falcate, la sua ragazza. Non aveva i soliti capelli, neri e corti, pettinati con cura, ma una fluente, selvaggia chioma biondo platino. Indossava calze nere a rete e tacchi a spillo luccicanti. Sopra i minuscoli shorts e la maglietta a righe orizzontali portava un lungo cappotto di pelle nera che teneva aperto.

Lui doveva camminare veloce, se voleva tenere il suo passo.

“Dove stiamo andando?” le chiese.

“Davvero non ti ricordi?” lo prese in giro lei.

Non aveva le iridi del suo solito colore, nocciola; le aveva blu artico. Si era colorata il contorno degli occhi con una matita nera dal tratto spesso.

Continuavano a camminare sul marciapiede, in mezzo alla folla.

Le insegne dei negozi aperti tutta la notte, dei bar e dei locali gli davano fastidio agli occhi; i tonfi delle grancasse dai locali sotterranei, le urla e il chiacchiericcio gli intontivano i timpani.

Un uomo con una lunga barba sbucò da dietro l’angolo. Non si teneva in equilibrio. Dondolava la testa da una parte e dell’altra. Vomitò proprio dove lui stava per mettere i piedi, così fu costretto a scivolare sulla destra. Quando tornò con lo sguardo alla sua ragazza, quella era già stata inghiottita dalla calca.

Continuò a camminare, solo.

Quando ne ebbe abbastanza della baraonda, svoltò in un vicolo buio e deserto. Pochi istanti dopo si sentì afferrato per la caviglia. Per poco non cadde in avanti.

“Stanotte si fa il botto! Tu sei pronto?” disse una voce rauca e non riconducibile né a un uomo né a una donna.

Provava a divincolarsi, ma le forze gli venivano meno. Cercò di capire chi lo stava trattenendo, ma era tutto buio.

“Stanotte si fa il botto! Tu sei pronto?” cantilenava la voce.

Venne lasciato andare. Quando provò a fuggire, però, il suo corpo rimase dov’era: se anche si impegnava con tutte le sue energie, non riusciva a fare neanche un passo avanti; non ne aveva le forze.

Qualcosa emerse dal buio.

Con sgomento, riconobbe la donna. Aveva gli occhi scuri e i capelli corti. Indossava un cappotto aperto che lasciava vedere la camicetta a righe verticali e una gonna con le calze nere.

“L’ora è giunta” disse con una voce profonda che mal si combinava con una donna come lei. “Scenderà la notte su di noi. Per liberarci dai nostri affanni”

Spalancò la bocca e rise in modo grossolano, mostrando i denti marci. Puntò la porzione di cielo tra i palazzi con l’indice. Disorientato, anche lui guardò in alto. Quello che vide gli procurò una violenta fitta al petto. Sembrava che il cielo, buio e carico di nubi, si abbassasse a una velocità incredibile sopra la città, come uno sconfinato torchio di tenebre.

Si svegliò di soprassalto. Non era in giro, per strada, non stava per essere schiacciato dal cielo, era sul divano di casa, tra le rovine di quello che una volta era stato il loro appartamento.

Rimase immobile, con le goccioline di sudore che gli imperlavano la fronte. Drizzò la schiena e la fece aderire contro lo schienale del divano. Aveva deciso di dormire in salotto così che, se avesse avuto qualunque tipo di problema, avrebbe almeno lasciato dormire sonni tranquilli alla sua ragazza

Si alzò. Afferrò la pellicola con dentro l’erba. Si sedette.

Aveva fumato quasi metà della canna quando la spense contro il tavolo.

Andò alle tende. Infilò la testa nel mezzo: anche stavolta, nessuno; le tapparelle erano giù.

Provò a recuperare la canna che aveva spento. In qualche modo riuscì a riaccenderla. Intorpidito, fumò l’altra metà.

Si alzò e si diresse in camera da letto.

Entrò nel buio più totale e, facendo attenzione a non urtare nulla, si sedette sul suo lato del letto. Accese la lampada del comodino notando che, cosa insolita per lei, la sua ragazza dormiva sotto le coperte.

Con estrema cautela allungò il braccio e iniziò a scoprirla. La prima cosa che vide, però, furono dei capelli biondi. Inorridito, rinculò all’indietro senza lasciare la presa del lenzuolo, che si alzò tutto.

Al posto della sua ragazza c’era la donna.

Aveva gli occhi sbarrati, fissi su di lui, le labbra socchiuse che ammiccavano. Era distesa supina, con i capezzoli e la leggera peluria del pube in evidenza.

Con un gesto della mano lo invitò a toccarla.

“Cosa le hai fatto?” disse lui, ma quella, imperturbabile, non gli dava retta.

“Cosa cazzo le hai fatto, puttana!” urlò stavolta. Ma lei, ancora, non dava l’impressione di volergli rispondere.

Le strinse le mani al collo. Iniziò a strozzarla.

La donna non provava a reagire. Anzi, sorrideva come se lui le stesse dando un qualche segreto piacere. Più faceva forte, più lei godeva.

I suoi occhi rotearono più volte, il suo corpo fu scosso da improvvise convulsioni. Come lui notò con sbigottimento, lei stava avendo un lungo orgasmo. Forse, un orgasmo multiplo.

Quando si fu calmata, con ancora una smorfia di piacere sul volto, chiuse gli occhi e rimase immobile.

Colto da una estemporanea ma profonda sensazione di stanchezza, lui dovette distendersi e dormire.

Fu la più gratificante e lunga dormita che avesse mai fatto. Un nero senza tridimensionalità né sfumature lo aveva accolto nel proprio fondo di tenebre, e lì lo teneva.

Quando riaprì gli occhi, i raggi bianchi del mattino penetravano nella stanza. Si voltò dalla sua ragazza. Appena la vide, diventò bianco e dovette a trattenere un conato di vomito: era nuda, sdraiata supina, con le braccia piegate sullo sterno. I suoi occhi erano aperti, il collo viola. Le saltò sopra e la scosse con foga. I suoi muscoli erano rigidi.

Provò a praticarle la respirazione bocca a bocca. Ma lei non dava segni di ripresa. Era intirizzita, cerea. Era morta.

Si alzò.

Passeggiava avanti e indietro parlando a se stesso a bassa voce, gesticolando. Andò alla finestra. Tirò le tende ai lati e guardò il palazzo di fronte. Le tapparelle erano abbassate.

Tornò dal cadavere, rischiarato dalla luce lattea che aveva invaso la stanza. Diede un lungo bacio a stampo a quelle labbra fredde e dure come il marmo.

Dopo aver preso la rincorsa, corse in direzione della finestra. 

Sfondò il vetro.

In strada, dopo che il suo corpo si fu schiantato a terra, qualcuno lanciò un urlo, qualcun altro si affrettò in quella direzione per vedere che cosa era successo.

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...