Rincontrarti

Se dovessi imbattermi in te, un giorno, in mezzo alla calca del tardo pomeriggio, rimarrei immobile. Ti osserverei a lungo, sopraffatto dallo stupore. Ti sorriderei. Anche tu mi sorrideresti, altrettanto meravigliata dell’incontro. É passato tanto tempo dall’ultima volta che ci siamo visti…

Ti prenderei per mano e ti porterei in una via secondaria, lontano dal caos. Alzerei la mia, di mano, e ti passerei il palmo sulle  guance, sulla fronte, sul collo. Tu, nonostante l’imbarazzo, non faresti obiezioni, mi lasceresti fare. Senza dirti una parola, senza rispondere alle tue domande ti farei segno di seguirmi.

Cammineremmo insieme, fendendo la folla. Più che guardare avanti, ci scambieremmo occhiate tra di noi e andremmo a sbattere contro i passanti. A un certo punto ti indicherei l’ingresso di un palazzo.

“Ti va di salire?” ti chiederei.

Tu dischiuderesti le labbra, sorpresa dalla mia audacia. Ci penseresti su, domandandoti perché hai voglia di dirmi di sì. Mi guarderesti negli occhi e, dopo qualche secondo di attesa per non risultare impudente, mi annuiresti. Saliremmo in ascensore. Sul pianerottolo aprirei la porta di casa. Ti aiuterei a sfilarti il cappotto nell’oscurità. Ti farei accomodare sul divano. Poi accenderei la luce.

Tu, allora, ti renderesti conto che il mio viso si è allungato a dismisura, il mento è appuntito come un pugnale, al posto degli occhi ho due cavità nere, i capelli sono unti e arruffati, le mani si sono trasformate in zampe, munite di artigli adunchi. Ti sorriderei con i denti sporchi e affilati, gli zigomi bene in vista. Tu ti alzeresti e inizieresti a urlare. Io ti conterrei senza difficoltà, tappandoti la bocca con la zampa. La paura ti paralizzerebbe ogni muscolo. Ti sentiresti così inebetita che penseresti di essere stata drogata. Crollando sul divano, taceresti. Mi fisseresti. Io ti passerei gli artigli dove prima ti avevo passato la mano, guance, fronte, collo, ma più a lungo e più intensamente. Ti odorerei con le narici dilatate. Ti darei un bacio sulla guancia. Poi, senza preavviso, ti squarcerei il maglione, la maglietta, i pantaloni, le mutandine. Rimarresti nuda e tremante al mio cospetto. Con lo sguardo indugerei a lungo sul tuo corpo.

“In questi anni non ho fatto che pensarti. Ma più che pensare a te, ho pensato alla tua pelle” ti direi. Poi continuerei: “Bianca come il cielo d’inverno, liscia come la stoffa più pregiata, profumata come il frutto più dolce. Avevo bisogno di annusarla, toccarla, baciarla. Torcerla, graffiarla, assaggiarla. Ma non potevo scriverti. Non potevo vederti. Ero terrorizzato dai miei desideri. Lo stomaco mi si contorceva emettendo strani suoni, la testa mi faceva così male che pensavo di avere i chiodi nel cranio. Non dormivo la notte. Non capivo nulla di ciò che mi accadeva intorno. Poi, un mattino, con la luce dell’alba negli occhi, mi resi conto che, se non volevo impazzire, non potevo continuare così. Dovevo calmarmi. Smettere di pensare alla tua pelle e a ciò che volevo farci. Rimettermi a nuovo. Fare su qualche soldo. Preparare le valigie. Scegliere un posto a caso dall’altra parte del mondo. Lontano da ogni tentazione. Sarei guarito. Avrei ripreso a vivere. Sarebbe andato tutto per il meglio”

 

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