Muffa

Lo studente di medicina e la ragazza attendevano seduti sulla panchina del binario. Il treno che li avrebbe riportati nella Grande Città era in ritardo. Gli altoparlanti trasmettevano sempre le stesse comunicazioni. Ce n’era una in particolare che invitava i passeggeri a rivolgersi al personale nel caso si fossero imbattuti in un bagaglio senza proprietario. Veniva ripetuta di continuo. La brezza marina era fresca sulle braccia, il sole splendeva alto nel cielo. La temperatura era ideale. In molti attendevano lungo la banchina, sparpagliati a chiazze. Il treno comparve in lontananza. Andava a grande velocità, la ragazza l’aveva subito notato. Era di colore rosso. Non emetteva alcun tipo di rumore mentre si inoltrava nella stazione, e anche la frenata fu silenziosa. La testa del treno aveva la forma della testa di un serpente. C’erano due strisce nere dove dovevano esserci gli occhi del serpente e altre due, più sottili, dove dovevano esserci le narici. Era la prima volta che ci salivano, lo studente e la ragazza. La società di trasporto delle ferrovie l’aveva inaugurato qualche giorno prima. Si trattava del modello di punta. Lo studente di medicina e la ragazza si alzarono, afferrarono i rispettivi bagagli, li trascinarono fino alla scaletta metallizzata del treno e salirono. 

Il corridoio, largo più di un metro, aveva la moquette. C’era l’aria condizionata accesa. I posti a sedere, quasi tutti vuoti, erano suddivisi in due file a moduli da quattro sedili affacciati, col tavolino nel mezzo. I sedili erano in pelle e avevano la parte superiore concava perché la testa vi aderisse meglio. Aleggiava un odore di disinfettante. Lo studente di medicina e la ragazza raggiunsero i posti indicati sul biglietto digitale. Il ragazzo sistemò i bagagli nello scomparto superiore. Si sedettero uno di fronte all’altra. Avevano i sedili dalla parte del corridoio. Si baciarono a stampo. C’era un piacevole silenzio. Lo studente di medicina, dopo essersi messo comodo, si girò. Toccò lo schienale. Qualcosa gli premeva contro la schiena. Curiosò dietro il sedile. C’erano due bagagli. Sembravano incastrati, così messi, in quello spazio angusto. Erano della stessa marca, ma di colori diversi. Erano bagagli leggeri, in poliestere. Quello più vicino al ragazzo era talmente imbottito che le cerniere reggevano a malapena. L’altro, per quello che riusciva a vedere in quel pertugio, anche. Su entrambi c’era una targhetta appesa alla maniglia. C’era scritto qualcosa in un alfabeto a lui sconosciuto.

Lo studente di medicina chiese alla ragazza di chi fossero, e la ragazza gli disse, Che cosa? I bagagli che ho trovato qui dietro, disse lui. Lei sporse la testa. Dovevano essere di qualcuno lì nei dintorni, disse. Ma non c’è nessuno nei dintorni, le fece notare lui. I sedili erano quasi tutti liberi. Saranno di qualcuno di un altro vagone, disse lei. Lui disse che l’altoparlante era stato chiaro, prima: se si trova un bagaglio incustodito, rivolgersi al personale. La ragazza scrollò le spalle. Lo studente di medicina le si avvicinò con la testa e le disse che sulla targhetta c’era una scritta in una lingua mai vista. E quindi?, disse lei. Lui la guardò, stupito della domanda. Poi disse, abbassando la voce, Quindi tu mi vuoi dire che non hai mai sentito di quelli che fanno saltare in aria gli aerei, le macchine, i treni? Che si fanno esplodere in mezzo alla gente, eccetera eccetera? Lei gli lanciò un’occhiataccia. Tirò fuori dalla borsa il lettore ebook e gli auricolari, senza rispondergli. Allora?, riprese lui, Di chi sono? Lei gli chiese se la stava prendendo in giro o se diceva davvero. Lui arricciò le labbra, dubbioso. Poi si mise a cercare nello zaino che aveva ai piedi e ne tirò fuori un computer portatile. Lo aprì e lo mise sul tavolino. Lo accese. Meglio che non ci penso, disse lui. Ecco, sì, non pensarci, disse lei infilandosi gli auricolari nelle orecchie. Accese il lettore e si concentrò sulla lettura.

Lo studente di medicina e la ragazza erano stati in vacanza una settimana nella Vecchia Città. Avevano camminato per le vie strette del centro storico e scattato foto agli scorci più caratteristici, avevano visitato i musei più antichi, i palazzi, le chiese. Avevano bevuto cocktail in vecchi caffè sotto i portici della piazza principale, avevano mangiato in ristoranti vista mare. Uno degli ultimi giorni, poi, sulla scia dell’entusiasmo, alla ragazza era venuta un’idea. Perché non prendere un po’ di erba? Era un po’ che non fumavano. Poteva essere divertente. Lo studente di medicina aveva detto, Perché no?, e la notte stessa aveva avvicinato un gruppo di immigrati nei pressi del loro hotel, in pieno centro. Uno di loro si era fatto avanti e gli aveva venduto qualche grammo di erba. Tornati nella camera dell’albergo, lo studente e la ragazza avevano fumato, ascoltato della musica, si erano divertiti sotto le coperte. Si erano addormentati. Il mattino dopo, però, lui si era svegliato con un problema. Lamentava un dolore nella zona del pettorale sinistro. La ragazza gli aveva detto che non era niente. Ma lui le aveva detto che era uno studente di medicina, toccava a lui dirlo. Lei lo aveva lasciato fare.

Ventiquattro ore dopo il dolore non gli era ancora andato via, così lo studente aveva trascorso la mattinata e buona parte del pomeriggio a fare ricerche sui sintomi e le possibile cause di quei sintomi, senza degnare la ragazza della minima attenzione. Aveva sempre il cellulare il mano, e sempre digitava e strisciava il dito sullo schermo. La sera lo studente aveva detto alla ragazza di aver capito: l’erba che avevano fumato doveva essere stata marcia, e di conseguenza doveva avergli infettato i polmoni. Ecco perché aveva male: nei suoi polmoni c’era la muffa. Le aveva detto anche il nome latino della malattia. Aveva letto decine e decine di articoli, non poteva non essere quello. E anche lei, che cosa era andata a prendere l’erba da quei tizi. In realtà sei stato tu, aveva detto la ragazza. Poi disse che forse, se fossero usciti, quella sera, anche lui si sarebbe sentito meglio e avrebbe dimenticato quelle brutte cose. Ma lui non riusciva a non pensarci, così erano rimasti chiusi in stanza. Appena sveglio, il giorno dopo, lo studente di medicina aveva chiamato il suo medico di famiglia e gli aveva raccontato tutto quanto. Il dottore gli aveva detto che in trent’anni non ne aveva mai visto uno con la muffa nel polmone. Stai tranquillo, gli aveva detto. Sono dolori intercostali. 

 

A intervalli regolari lo studente di medicina prima esaminava i bagagli dietro il sedile, poi scrutava in giro. Quando rivolgeva lo sguardo alla ragazza, lei faceva finta di niente. Nel frattempo, notò lei prendendosi una pausa dal romanzo, il treno attraversava la bassa pianura, parallelo a un grande fiume dall’acqua di un blu così scuro che sembrava nera. Certe volte la vista del fiume era interrotta dal bosco o dalla vegetazione. C’erano boschi di querce, di abeti, di pini. Un’infinità di canali e piccoli corsi d’acqua si immetteva nel grande fiume. Il cielo spandeva una luce bianca che mitigava i singoli colori, ma che ne esaltava l’impressione d’insieme. Il treno fermò alla prima stazione del percorso. Quando le porte si chiusero, lo studente di medicina attirò l’attenzione della ragazza muovendole le dita sotto il naso. Che c’è?, disse lei, togliendosi un auricolare. Non sono di nessuno, ‘sti bagagli, disse lui. Ancora con questa storia?, disse lei. Lui sbuffò e disse che, se fossero stati i suoi, lui li avrebbe controllati ogni cinque minuti. La ragazza gli disse che per fortuna non erano tutti come lui, e si rimise l’auricolare. Lui glielo fece togliere di nuovo, non aveva finito. E adesso che c’è?, disse lei. Prima o poi lo fanno anche qui, disse lui, e abbassò la voce, Fidati, faranno esplodere qualcosa. Guarda che cambio posto, disse lei. Ti lascio qui da solo. Poi lo guardò per qualche secondo, per capire se la prendeva in giro o se era serio. Scosse la testa e si rimise per la seconda volta l’auricolare.

Lo studente di medicina, a giudicare da come mosse di scatto il collo e si alzò in piedi, aveva avuto un’idea. La ragazza si girò per guardare dove stava andando. Lo studente di medicina si presentò ai primi passeggeri che incontrò sulla sua destra e chiese, in modo cortese ma affettato, se qualcuno, per caso, aveva lasciato due bagagli qualche metro più in là. I passeggeri, sorpresi dalla domanda, dissero di non saperne nulla. Indicarono le valigie nello scomparto sopra le loro teste. Lo studente provò a domandare ad altri, ma anche questi dicevano di non saperne nulla. La ragazza si girava e lo osservava per qualche secondo, poi tornava dritta. I passeggeri del lato sinistro, una manciata di persone, non diedero una risposta diversa. Lo studente di medicina tornò dalla ragazza. Le disse che i bagagli non erano di nessuno della carrozza, proprio come aveva detto lui. Lei, che aveva interrotto la musica e la lettura per l’ennesima volta, gli disse che, se era tanto preoccupato, doveva rivolgersi al personale, a una hostess per esempio, proprio come aveva detto la comunicazione. Lui annuì, Adesso vado, disse, e balzò in piedi. Si allontanò e uscì dalla carrozza. Qualche minuto dopo tornò a fianco di una hostess. Aveva i capelli chiari e un viso dai lineamenti sottili. Discutevano a bassa voce. Quando furono all’altezza della sua ragazza, lo studente di medicina ringraziò la hostess e si sedette al suo posto. Ancora una volta lei si dovette interrompere. Mi ha detto di andare dal capotreno, disse lui. E vai, no, cosa lo dici a me, disse lei. Lo studente di medicina si rialzò, si affrettò lungo il corridoio, aprì la porta della carrozza e sparì. Il treno, intanto, si era fermato nella seconda stazione. Le hostess avevano fatto un giro con i carrelli, distribuendo cibo e bevande inclusi nel prezzo del biglietto. La ragazza era andata in bagno ed era tornata.

Quando lo studente di medicina rientrò, parecchio tempo dopo, era in compagnia di quello che sembrava essere a tutti gli effetti il capotreno: controllava i biglietti dei passeggeri mentre lo studente, dietro di lui, gli parlava. Il capotreno non gli prestava troppa attenzione, assentiva con sufficienza e pensava a fare quello che doveva fare. I passeggeri iniziavano a guardare lo studente di medicina – sempre più nervoso e sudato -con occhi perplessi. Dopo aver desistito dall’importunare il capotreno, lo studente tornò dalla ragazza. Si asciugò il sudore dalla fronte. Lei sbuffò, si tolse entrambi gli auricolari e ne fece una pallina di fili intricati perché non ne poteva più di metterseli e toglierseli. Niente, le disse lui. Cosa vuol dire niente?, domandò lei. Il capotreno dice che sono di qualcuno in un’altra carrozza, disse lui. Gli ho fatto presente che la comunicazione dice di rivolgersi al personale, in caso di un bagaglio incustodito, e che qui ce ne sono addirittura due, di bagagli incustoditi. E lui?, disse la ragazza. Mi ha detto che se ne occupa dopo, disse lo studente. Prima deve finire il giro. Cosa fanno passare quella comunicazione, se poi se ne fottono?, disse la ragazza. Non chiederlo a me, disse lui. Se quei due bagagli esplodono, salta in aria anche il capotreno. E tu piantala, disse lei, richiudendo il lettore ebook e infilandolo nella borsa. Iniziò a giocare con gli auricolari, attorcigliandoli più che poteva e poi districandoli. Guardò fuori dal finestrino. Non c’era più la bassa pianura, ma la brughiera, il terreno era irregolare, disseminato di cespugli e piante basse. All’orizzonte ancora boschi. Il fiume era più largo e non scorreva vicino ai binari, ma nel mezzo della brughiera, non era più placido, ma impetuoso, i dislivelli del suo letto formavano delle cascate naturali sopra cui galleggiavano nuvole di vapore.

Il treno fermò alla terza stazione, un grande edificio squadrato con le banchine dei binari affollate di persone in attesa. Non si sarebbe potuta distinguere una stazione dall’altra, sembravano costruite in serie. Il capotreno rientrò dalla porta da cui era uscito. Lo studente di medicina, quando quello gli passò di fianco, lo afferrò per il braccio, si alzò e iniziò a camminare insieme a lui. Gli parlava a raffica, una parola dietro l’altra. La ragazza aveva girato la testa e lo seguiva con gli occhi. Anche stavolta il capotreno e lo studente finirono nell’altra carrozza. Ma fu presto di ritorno, stavolta, e disse alla ragazza che, se i responsabili del treno non sapevano di chi erano, quei bagagli, allora avevano il dovere di lasciarli a terra per l’incolumità dei passeggeri. Quale società di trasporti può essere così poco professionale? La ragazza lo ascoltava rosicchiandosi l’unghia del pollice. Lo studente di medicina, con fare risoluto, disse che li avrebbe lasciati a terra lui alla prossima fermata, quei maledetti bagagli. É una pessima idea, disse lei. Non aveva pensato che potevano davvero essere di qualcuno che stava in un’altra carrozza? Non lo aveva sfiorato, questa folle idea? Lui rispose che i bagagli non avevano neanche il lucchetto. Non era normale che il proprietario non fosse venuto a controllarli nemmeno una volta, Perché lasciarli lì, continuò lui, quando di spazio, sul treno, sembra essercene in abbondanza? E poi, quella scritta in quello strano alfabeto… La ragazza fece un lungo respiro, si ravviò i capelli, dirottò lo sguardo altrove. Alla prossima, disse lui, li prendo e li metto giù. Niente e nessuno mi farà cambiare idea. Non puoi guardare cosa c’è dentro?, disse lei. Almeno ti metti il cuore in pace. Lo studente di medicina sorrise con un ghigno, Certo, disse, Così saltiamo subito in aria. Che grande idea. La ragazza si mise a braccia conserte. Se il capotreno non mi ascolta, disse lui, mi tocca fare da me. Lei gli disse che non poteva. Era una cosa da matti. Lui ribatté che, se quei bagagli fossero rimasti ancora a bordo, allora sarebbe sceso lui. Lei gli chiese se non potesse starsene tranquillo, e perché stesse rendendo tutto così complicato. Che bisogno ce n’era? Lo studente di medicina non le rispose. Iniziò a muovere il ginocchio in modo nervoso. Ma se così fosse, se in quei bagagli ci fosse davvero quel che tu temi ci sia, disse la ragazza, e poi abbassò la voce, Perché non siamo già saltati in aria? Ma perché se non siamo esplosi nella Vecchia Città dobbiamo esplodere nella Grande Città, disse lui. Non sai come ragionano, quelli?

 

Il treno, la ragazza lo notava osservando prima dal suo finestrino e poi da quello dell’altro lato del corridoio, correva tra il fiume e quello che sembrava un altro grande fiume e che invece era un lago stretto e allungato. Se da una parte la riva era pianeggiante, dall’altra montagne ricoperte di boschi torreggiavano sopra i tetti dei paesi adagiati sull’acqua con le loro spiagge sabbiose. Il treno entrò nella quarta stazione. Lo studente di medicina, appurato che la ragazza fosse ancora assorta a guardare fuori, si gettò sulle valigie incriminate. Ma lei se ne accorse e protese il braccio. Lo tirò per la maglia. Lui provò a divincolarsi, e lei fu costretta a protendere anche l’altro braccio. Lo tirò per la maglia con entrambe le mani. I passeggeri della carrozza avevano sporto le teste e li osservavano con curiosità e timore. Qualcuno si era anche alzato in piedi, per vedere meglio. Lo studente di medicina e la ragazza lottavano senza esclusione di colpi: lui per mettere le mani sui bagagli, lei per trattenerlo. Le portiere nella zona di collegamento tra le carrozze si richiusero. Il treno ripartì in un istante. Lo studente e la ragazza si placarono, esausti. Una hostess, forse richiamata da qualche passeggero, si avvicinò a loro. Chiese se andava tutto bene. La ragazza disse che andava tutto benissimo, c’era stato solo un piccolo malinteso, ma adesso era stato risolto. La hostess non sembrava convinta. In ogni caso si allontanò e, dopo aver confabulato con qualche passeggero, uscì dalla carrozza. Lo studente di medicina e la ragazza si sedettero ai loro posti. Gli altri passeggeri parlavano tra di loro a bassa voce. Ogni tanto qualcuno si voltava per sbirciare.

Hai visto che cosa hai fatto, disse lui, siamo spacciati. Stavolta hai esagerato, disse lei. La prossima è l’ultima, prima della Grande Città, disse lui. Io scendo. Fa’ quello che vuoi, disse lei. Io non vado da nessuna parte. Bene, disse lui. Un’ora dopo la ragazza continuava a sbirciare dal finestrino. Il treno viaggiava accanto alle montagne. Ai loro piedi si susseguivano piccoli laghi senza increspature sulla superficie e casette di legno. Mandrie di mucche pascolavano libere nei prati dall’erba corta. Non erano montagne particolarmente alte. Alcune erano coperte di boschi di abeti, altre erano nude e le loro rocce, aguzze, si stagliavano alte nel cielo che si era fatto scuro. C’era poca luce. Un blocco unico di nuvole si muoveva a grande velocità coprendo le cime. Il treno si approssimò alla quinta stazione. Lo studente di medicina si alzò in piedi. Prese il suo bagaglio dallo scomparto e lo posò a terra. Lo afferrò per la maniglia. La ragazza lo osservava. Tu scendi con me?, disse lui. Lei gli rispose di no, gliel’aveva già detto. Come preferisci, disse lui, fissandola per qualche istante. La ragazza allungò le gambe di traverso, si girò dall’altro lato e chiuse gli occhi. Lo studente le diede le spalle e iniziò a trascinare il suo bagaglio per il corridoio. La ragazza, a quel punto, aprì gli occhi e sbuffò. Torna qui!, gli urlò, ma quello stava uscendo dalla carrozza. I passeggeri si erano già messi sull’attenti, alzandosi in piedi o girandosi sui loro sedili. Lei, per prima cosa, imprecò e diede un calcio al tavolino, poi raccolse la borsa e gli auricolari, trasferì, non senza fatica, il suo bagaglio sul corridoio; per seconda cosa si alzò, si girò, fece un gesto osceno ai passeggeri che la stavano osservando con occhi perplessi, e poi infine sgranando gli occhi notò, fuori dal finestrino, che lo studente era già sceso. Le porte si sarebbero richiuse da un momento all’altro. Si affrettò a uscire dalla carrozza e corse sulla scaletta d’uscita, ma poggiò male un piede e cadde in avanti, rovinando a terra. La valigia si aprì facendo un gran rumore. Alcune persone nei paraggi la raggiunsero e la accerchiarono per aiutarla. Lo studente, dopo aver sentito il tonfo, si girò e la riconobbe.

I pantaloni della ragazza si erano squarciati sul ginocchio. Le usciva un po’ di sangue. Lo studente di medicina, che intanto l’aveva raggiunta, disse di essere un medico e mandò via gli altri. Chiese alla ragazza che cosa avesse combinato, ma non ottenne risposta. Lei tirava su dal naso e respirava a scatti. Sembrava che stesse per piangere.  Il treno ripartì nel silenzio. Lo studente la aiutò ad alzarsi e la accompagnò alla panchina. La fece sedere. Aprì il suo bagaglio e ne estrasse un piccolo kit di pronto soccorso. Prese l’acqua ossigenata, del cotone, un cerotto, una garza. Le pulì la ferita; gliela coprì col cerotto; gliela fissò con la garza. Giusto per adesso, le disse. A casa falle prendere aria, così si forma la crosta. Lei non lo guardava nemmeno. Lo studente di medicina entrò in stazione per prendere i nuovi biglietti. Il prossimo treno per la Grande Città sarebbe arrivato non prima di una mezz’ora sullo stesso binario. Quando tornò sulla banchina, constatò che la ragazza se n’era andata in un punto isolato e fumava una sigaretta. Le lasciò la sua intimità e si mise a sedere da solo. Dopo che lei ebbe finito, si sedette sulla stessa panchina dello studente, ma a debita distanza e sempre senza rivolgergli né lo sguardo, né la parola. Iniziò a piovere una pioggia leggera ma fitta. Il vento era freddo sulla pelle, faceva venire i brividi, e sia lo studente che la ragazza furono costretti ad aprire i bagagli e indossare lui una felpa, lei un cappottino. La banchina si riempì in poco tempo di altri passeggeri. C’erano bianchi, mulatti, neri, all’appello non mancava nessuna etnia. L’attesa fu lunga.

Il treno entrò nella stazione. Se quello di prima aveva la forma di un serpente, questo non aveva nessuna forma particolare, era un treno qualsiasi di una stazione qualsiasi. Più che scivolare sulle rotaie, però, procedeva a sobbalzi, e in realtà, dunque, era peggio di un treno qualsiasi. La ragazza scosse leggermente la testa. La vernice originaria si era scolorita, l’esterno delle carrozze era stato ricoperto di scritte dal dubbio significato e disegni triviali. I freni stridettero tanto che chi aspettava lungo il binario dovette tapparsi le orecchie. Lo studente e la ragazza attesero il loro turno per salire sulla scaletta. Poi entrarono. Percorsero un tratto di corridoio, stretto e dal soffitto basso. C’era un insopportabile tanfo, un misto di sudore e ristagno di fiati rinchiusi per molto tempo nello stesso ambiente. L’illuminazione era precaria, molte luci erano fuori uso e quelle che funzionavano talvolta, dopo il fragore di un tuono, smettevano di funzionare per qualche secondo. Non c’era un posto libero sui sedili, figurarsi due posti liberi e vicini. I sedili erano disposti, come il treno predente, in due file da quattro moduli, due affacciati su altri due, ma adesso erano occupati da ogni tipo di essere umano, dall’impiegato al nullatenente, dall’anziano al ragazzo, dallo straniero pregiudicato alla donnaccia. C’era chi stava senza scarpe, chi occupava due posti per dormire sdraiato, chi mangiava con le bacchette in scatole di plastica, chi faceva i compiti, chi parlava al telefono ad alta voce. Inaspettatamente trovarono due posti liberi che erano anche vicini. Di fronte sedeva un signore che leggeva un libro in un alfabeto incomprensibile. Aveva la pelle scura e i capelli neri e lisci. Di fianco al signore una donna dagli occhi a mandorla. Anche lei aveva i capelli scuri. Guardava il cellulare. La pioggia era così forte che sembrava che dal cielo scendessero cascate d’acqua, più che gocce. Gli spifferi di aria gelida penetravano dalle fessure dei vetri e dalla porta della carrozza, che veniva aperta e chiusa di continuo. La ragazza si tirò su il bavero del cappotto e si rannicchiò sul sedile. Lo studente di medicina diede una leggera spallata alla ragazza. Lei lo guardò controvoglia. Lui le disse sottovoce che aveva osservato il signore seduto davanti a loro. Secondo lui aveva in mente qualcosa. La ragazza, attenta a non schiacciare il ginocchio medicato, gli ridiede la schiena e chiuse gli occhi. Ogni cinque minuti il treno fermava a una stazione. Erano stazioni piccole e desolate, edifici di modeste dimensioni con uno o due binari. Poche persone scendevano, poche salivano. La carrozza rimaneva affollata e l’aria, se possibile, diventava più pesante e più fredda al tempo stesso.

Il fiume, notò la ragazza aprendo di poco le palpebre, cercando di vedere attraverso le gocce di pioggia che rigavano i vetri, aveva assunto un colore indefinibile. Più che l’acqua, sembrava scorrervi il fango. Un’autostrada trafficata gli passava vicino. Una miriade di ponti lo tagliava nel mezzo. Non più boschi lo attorniavano, ma capannoni di industrie e alti edifici. La Grande Città non era lontana. La maggior parte dei passeggeri, raggiunta la periferia della Grande Città, iniziò a scendere. Scesero anche l’uomo dalla pelle scura e la signora dagli occhi a mandorla. Un quarto d’ora dopo schiere di palazzi coprivano il cielo. Solo i lampi rischiaravano le facciate degli edifici, imponenti e anonimi, illuminandone per qualche istante le centinaia di finestre. Ecco la Grande Città. Ti devo delle scuse, disse lo studente di medicina, all’improvviso, come colto da un bisogno estremo di dire qualcosa. Delle grandi scuse. Non so che cosa mi sia preso oggi. Si passò una mano sulla fronte, chinò la testa. A pensarci, adesso, mi sembra una follia. Lo so che non va bene, che cosa pensi. Mi vergogno di me stesso. La ragazza si girò, lo squadrò a lungo. Gli fece un mezzo sorriso. Poi tornò a guardare fuori. Il treno fece il suo ingresso nella gigantesca stazione della Grande Città. La tettoia semicircolare di vetro con le volte di ferro sembrava più alta del solito. I fari al neon appesi alla tettoia erano accecanti. La ragazza non si era mai abituata a quelle luci. Il treno, seppur tra gli stenti, iniziò a frenare. I freni stridettero. Le portiere si aprirono dopo un brusco scatto. Una volta scesi, in mezzo alla calca, lo studente fece una smorfia e si fermò. Che c’è?, gli chiese la ragazza. Lo studente si palpeggiò il pettorale sinistro. Secondo me non sono dolori intercostali, comunque. É la muffa, disse lui.

 

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