La prima volta

I.

Quando Emma mi scrisse che a cena ci sarebbe stato anche La-Roy, corsi in camera da letto, spalancai l’anta e mi specchiai. I jeans mi slargavano i fianchi, la camicetta mi faceva la pancia. Ero tonica solo nello specchio della palestra. Mi spogliai e gettai le cose sul parquet. Frugai nell’armadio: avrei indossato un’altra camicia, meno aderente, i pantaloni neri, i tacchi.

– Ci sei? ‒  chiese mia figlia Olivia.

– Un attimo – bofonchiai mentre infilavo i pantaloni.

– Jack mi ha scritto che sono qui sotto – Giacomo era l’altro figlio di Emma, in classe con Olivia.

Mi sbrigai ad abbottonare la camicia. Indossata anche la giacca, tornai allo specchio. Strofinai il rossetto sulle labbra e calzai i tacchi.

– Mamma, dai.

Emma aveva prenotato per le nove al ristorante di pesce più quotato in città. I nostri mariti erano a cacciare in riserva e ci sarebbero rimasti tre settimane. Io avevo smesso di prendere gli ansiolitici: da quando non c’era Franco, nell’appartamento regnava la quiete.

Legalmente eravamo ancora sposati, nella pratica no. Vivevamo nella stessa casa, ma i rapporti terminavano lì. Io avevo la mia vita; lui, per quanto noiosa, la sua. Il mattino andavo in palestra, il pomeriggio lavoravo, la sera uscivo. Lui se ne stava in azienda, appena fuori città, dall’alba al tramonto.

In ascensore mi controllai ciuffo, eyeliner, rossetto.

– Stasera sei fissata – disse Olivia.

L’auto di Emma era accostata al marciapiede. Salimmo sui sedili posteriori, salutammo; Giacomo si fece in là per fare posto a Olivia. Alla guida non c’era Emma, ma La-Roy, che si girò per salutare. Indossava una camicia rimboccata sulle maniche.

– Sei tu il capitano? – dissi.

– Lei guida da cani – col pollice indicò la madre a fianco.

– Ma non dirne – disse Emma.

La-Roy guidava con una mano sul volante e l’altra sul cambio, un bell’orologio gli scintillava al polso.

I suoi genitori biologici erano fuggiti con lui dal loro paese quando lui aveva cinque anni. Era un posto povero, in balia di guerre ed epidemie.

Per sopravvivere, una volta arrivati altrove, avevano chiesto l’elemosina in stazione, avevano rubacchiato a chi capitava. Dopo qualche mese lo avevano lasciato in un istituto per minori perché non sapevano come tirare avanti e mai più come tirare avanti con un figlio.

Negli anni seguenti La-Roy era stato trasferito in un istituto di un’altra città.

Emma e Ivano lo avevano adottato quando aveva dieci anni.

Adesso era imponente e curato. Aveva la pelle color nocciola, i pettorali e i bicipiti gonfi, i capelli rasati sopra le orecchie e più lunghi sulla nuca. Il suo punto forte però erano gli occhi verdi. Li aveva presi dal padre, che era figlio di una bianca e di un nero. Almeno così diceva Emma.

 

II.

Sul marciapiede mi voltai per dire una cosa a Emma e colsi in flagrante La-Roy mentre mi guardava il sedere.

Lui dirottò lo sguardo altrove e finse di essere interessato alle vetrine dei negozi.

Il nostro tavolo era in fondo alla sala: La-Roy capotavola, alla sua destra io e alla mia Emma; dall’altra parte Olivia e Giacomo, che parlottavano tra di loro come se noi non ci fossimo stati.

La-Roy parlava di esami e di automobili, di viaggi e di sport. Più che altro parlava a me. Io lo ascoltavo. Emma interveniva poco, a differenza del solito; quando eravamo tra noi parlava senza sosta.

La-Roy mi poggiò una mano sul polso.

– La finisci? – indicò la mia birra ancora piena.

– Non credo.

– Posso rubartene un goccio?

– È tutta tua.

La-Roy mi guardò negli occhi per qualche istante. Afferrò la bottiglia, ne rovesciò mezzo bicchiere.

 

III.

La mattina dopo andai in palestra per il corso di pilates. Negli spogliatoi mi sfilai t-shirt, pantaloncini e mi diedi un’occhiata nello specchio. L’allenamento sembrava dare risultati: pancia piatta, seno rialzato. Mi voltai di schiena; anche il sedere non era malaccio.

Il telefono squillò. Mi avviai verso la panca, frugai dentro il borsone, risposi: era Emma. Mi invitava a prendere un caffè nel tardo pomeriggio.

– La-Roy non fa che parlare di te – mi disse dopo un po’ che parlavamo – Dice che sei bella.

– Allora digli di fare una visita agli occhi.

– Gli ho detto che con vent’anni in più ci sarebbe anche potuto uscire con te.

– O vent’anni in meno io.

– O un matrimonio in meno, tu.

Ridemmo entrambe. Emma con una tonalità di voce piuttosto stridula.

– In realtà… – dissi io tornando seria –  Lo sai… É come se fossimo estranei, Franco e io…

– Sì – mi interruppe – ma siete ancora sposati.

Ci furono momenti di silenzio.

– Ma poi… Di che stiamo parlando? – rise ancora.

In ufficio non c’era molto da fare. Afferrai il telefono sulla scrivania. Con sorpresa, constatai di avere una nuova richiesta di amicizia da parte di La-Roy. La accettai.

Avevo conosciuto La-Roy quattro anni prima. Era al posto del passeggero sulla macchina di Emma, davanti alla scuola. Io aspettavo Olivia, loro Giacomo. Alle medie erano già in classe insieme.

Ero sbucata dal finestrino di La-Roy e li avevo salutati. Emma mi aveva notato e aveva abbassato il vetro.

– È tuo figlio o il tuo amante? – avevo scherzato io.

 

IV.

Emma e io bevemmo quel caffè in un locale del centro. Lei parlava di Giacomo e Olivia, dei nostri mariti fuori città. Solo quando fummo al bancone per pagare accennò all’altro figlio:

  Siete diventati amici.

– Chi?

– Tu e La-Roy.

– Ah. Sì.

Andando in palestra ero ferma al semaforo. Il rosso durava un’eternità. Diedi un’occhiata al cellulare, c’era un nuovo messaggio di La-Roy:

 – stasera beviamo una cosa insieme?

Scattò il verde. Lasciai cadere il cellulare sul sedile del passeggero e accelerai.

Durante la lezione di pilates pensavo a come rifiutare il suo invito senza essere scortese.

Negli spogliatoi mi indagai nello specchio. Sedetti sulla panca. Presi il telefono e provai a rispondergli, ma dopo vari tentativi lasciai perdere. Non sapevo che scrivergli. Mi rivestii e andai prima a pranzo, poi a lavoro.

 

V.

La sera rientrai per preparare la cena a Olivia.

– Sono tornata – dissi spalancando la porta.

Nessuna risposta:

– Ehi – ripetevo in giro per l’appartamento. Eppure doveva essere in casa a studiare.

Udii dei passi, qualcuno correva per il corridoio.

In cucina mi munii di coltello. Mi feci coraggio prima di addentrarmi.

Sospiri, bisbigli, rumori venivano dalla sala.

Le tende si mossero un momento, poi tornarono ferme. Senza fare rumore mi avvicinai. Con uno strattone le scostai, portando il coltello in alto.

– Ferma! – urlò Olivia al fianco di Giacomo – Sei pazza?

Rinculai all’indietro.

Olivia era in mutandine e reggiseno, aveva i capelli arruffati, il sudore le imperlava la pelle. Giacomo era a torso nudo e con gli slip, il pene eretto, anche lui sudato in fronte e coi capelli irti sulla nuca. Notai graffi sui fianchi di lei e succhiotti sul collo di lui. Erano giovani, eccitati, vivi.

– Sparite di qui – dissi aprendo il palmo in direzione della camera di mia figlia – Via.

Preparai la cena per entrambi, mangiammo insieme. Lui se ne andò verso le dieci.

Ero nel letto, guardavo un film in tv. Quando iniziò l’ennesima serie di pubblicità staccai il cellulare dalla carica e scrissi a La-Roy:

– perché vuoi vedermi?

Dieci minuti dopo, nel mezzo di una scena cruciale, mi rispose: – per bere una cosa insieme

– non ti vergogni? – risposi io.

 Non mi rispose.

Uscii dalla chat, tornai al film.

 

VI.

In ufficio non c’era niente di che da fare, mi dissero che potevo tornare a casa prima.

Alle cinque e mezza salivo in macchina.

Infilando la chiave, sentii della musica. Doveva arrivare dalla camera di Olivia. Chiusi, senza fare rumore.

Mi diressi, al buio, fino in fondo al corridoio.

Vedevo la luce nello spiraglio tra la porta e il parquet.

Mi accostai con l’orecchio: gemiti e sospiri, tonfi di carne contro carne.

Abbassai la maniglia e aprii di poco. Sbirciai all’interno.

Olivia era piegata a novanta col busto sul letto, e non Giacomo, ma La-Roy la prendeva da dietro, stringendole le natiche con le mani.

Era proprio lui. I suoi muscoli, lucidi di sudore, si contraevano e si distendevano a intervalli regolari.

Olivia sembrava divertirsi molto.

Richiusi senza farmi sentire. Andai in cucina.

Mezz’ora dopo entrarono anche loro. Io guardavo la tv mangiucchiando delle merendine. Sul tavolo, oltre alle cartacce delle merendine, c’era la boccetta degli ansiolitici.

Olivia era in maglietta e calzoncini, a piedi scalzi; La-Roy in camicia e jeans aderenti. Si sedettero con me.

– Ma non uscivi con suo fratello? – dissi a lei.

Nessuno dei due si aspettava una domanda del genere. Si guardarono, imbarazzati.

– Ho proprio una figlia modello – rincarai.

La-Roy disse che doveva tornare a casa. Il mattino dopo doveva dare un esame in università.

 

VII.

Franco mi telefonava ogni sera verso le undici. Mi raccontava di quel che aveva cacciato o no con Ivan, gli aneddoti della giornata. Non rischiava di interessarmi neanche per sbaglio. Io dicevo di sì, auguravo buonanotte e riattaccavo con la scusa che avevo sonno. Qualche volta lui tirava fuori che gli mancavo, che una volta tornato avremmo messo le cose a posto.

La notte sognai La-Roy.

Eravamo nudi nel deserto. Io ero seduta sulle sue spalle, lui camminava sotto il sole. Sudati, spossati, sfiniti andavamo sotto il sole.

Procedevamo in silenzio sulla sabbia.

Valicavamo dune.

A un certo punto trovammo uno specchio d’acqua, un’oasi. Avvicinandoci, però, più che un’oasi adesso era un lago, un mare.

L’orizzonte si era trasformato in un’unica massa azzurrognola. L’acqua, piatta, prometteva refrigerio. Non eravamo più nel deserto, ma su un prato dall’erba tagliata corta con boschi di pini tutto intorno.

– Andiamo? – dopo essere entrato coi piedi.

Mi guardava dal basso con la bocca spalancata, la dentatura perfetta in mostra. Dissi di sì con la testa e lui si inoltrò.

 

VIII.

La mattina dopo non mi presentai al corso di pilates. Dormii fino alle undici. Non mi alzai subito, quando mi svegliai; rimasi sdraiata supina, con la testa rivolta al lampadario.

La suoneria del cellulare mi colse di sprovvista e mi fece prendere un colpo. Mi chinai sul comodino e lessi che era Emma. Staccai il cellulare dalla carica, risposi.

– Dico tutto a Franco.

– Eh?

– Tu e La-Roy.

– Cosa?

– Gli hai scritto.

– Io non ho scritto niente a nessuno.

– Gi hai scritto.

– Lui mi ha scritto, Emma.

– Ha lasciato la conversazione aperta sul computer.

– Allora hai letto che ha cominciato lui.

Continuammo così per dieci minuti, poi mi disse che La-Roy aveva passato l’esame col massimo dei voti, e che lei non gli aveva detto niente per non rovinargli la giornata. Aggiunse che non gli avrebbe detto niente a riguardo nemmeno in futuro, propio come se non fosse mai successo.

Allo specchio tirai su la maglietta e mi controllai il seno, la pancia. Inarcai il sedere, mettendomi sulla punta dei piedi. Lo specchio di casa mi tradiva ancora.

 

IX.

A lavoro concedevano a ciascuno un quarto d’ora di pausa. Erano le quattro e mezza di pomeriggio. Nella sala macchinette presi il cellulare. Aprii la conversazione con La-Roy e rilessi cosa ci eravamo scritti. Poi gli scrissi: – com’è andato l’esame?

Bevvi un caffè, feci due parole con un collega e mangiai una merendina del distributore.

Il cellulare squillò, lo afferrai:

– 27 

– allora bisogna festeggiare

– perché mi scrivi?

– ti va di vederci una volta?

Non mi rispose per un po’.

– sei sicura?

– se non vuoi no

– sì che voglio. vediamoci

Ci trovammo per le nove e mezza davanti a un hotel in centro, tra i palazzi alti e le torri di vetro. Era una costruzione alta e imponente. Una buona parte delle finestre era illuminata. 

Indossavo un tailleur grigio, ero senza calze e coi tacchi alti; lui aveva la solita camicia e i jeans.

Provò a darmi un bacio a stampo, ma io mi scansai.

Gli feci segno di seguirmi. Un’alta e larga scalinata conduceva alle porte vetro scorrevoli.

Attraversammo la hall. Al bancone chiesi io la camera. Lui rimase dietro di me.

 

X.

La stanza profumava di pulito. Sulla sinistra c’era un letto matrimoniale e sulla destra una scrivania nera con una sedia di plastica. Sul muro erano appesi un televisore a schermo piatto, uno specchio dalla forma irregolare, un dipinto astratto.

Spensi i neon del soffitto, accesi le lampade sui comodini. Le tende erano già state tirate.

La-Roy provò a baciarmi un’altra volta, ma lo respinsi ancora.

Gli sbottonai la camicia.

Mi misi in ginocchio davanti a lui.

Gli calai i pantaloni. Poi le mutande.

Più di una volta mi disse di far piano con la bocca, godeva troppo e rischiava di finire subito.

Mi spogliai, mi calai le mutandine.

Si spogliò interamente anche lui. Andammo sul letto.

Si mise sopra di me.

Il suo pene era dritto e vigoroso, ma La-Roy si fermava, usciva, mi toccava, mi baciava un capezzolo, mi leccava la pancia, riprendeva: peccava di discontinuità. Godevo giusto delle sue grandezze.

Gli sedetti sopra io, dandogli la schiena. 

Dopo qualche minuto mi spinse a lato: – Piano.

Mi girai.

Saltai a un ritmo più contenuto.

Lui chiudeva gli occhi e si sforzava per trattenersi.

Una manciata di minuti dopo mi misi a quattro zampe. Alzai il sedere.

I colpi di La-Roy rimbombarono nel silenzio ovattato della stanza.

Dopo non molto tornò a fermarsi, riprendere, fermarsi, riprendere.

– Mettilo qui – gli dissi, esasperata.

Lui rimase immobile per qualche istante. Voleva essere sicuro di aver capito bene. Poi protese il collo.

Mi stuzzicò l’ano con la lingua. Lo lubrificò.

Ci infilò un dito. Lo tolse.

Infilò il resto.

Digrignai i denti. Inspirai ed espirai profondamente. Mi scappò più di un urlo.

Era la prima volta per me.

Dopo qualche incertezza, cominciammo.

Non riuscivo a contenermi, dovevo urlare. Gridai come una dannata per tutto il tempo.

La-Roy non ci mise molto a finire, per fortuna.

Rotolò via.

Andai in bagno a piccoli passi, con le gambe rigide. Sciacquandomi, notai che mi usciva un po’ di sangue.

 

XI.

Mentre rivestiva la camicia, La-Roy mi dava la schiena. Gli dissi che saremmo usciti prima uno e poi l’altra, per evitare anche il minimo rischio che qualcuno ci vedesse.


– Se scappa una parola fuori di qui…

– Per chi mi hai preso? – mi disse, girandosi.

– Dico a Franco che mi hai costretta.

La-Roy era interdetto.

– E sai qual è la sua passione?

– Tu?

– I fucili – dissi io.

Dopo avermi salutato con un bacio sulla guancia, se ne andò.

Mi trascinai allo specchio. In palestra avrei dovuto allenarmi sugli addominali bassi e le cosce.

 

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