Muffa

Lo studente di medicina e la ragazza attendevano seduti sulla panchina del binario. Il treno che li avrebbe riportati nella Grande Città era in ritardo. Gli altoparlanti trasmettevano sempre le stesse comunicazioni. Ce n’era una in particolare che invitava i passeggeri a rivolgersi al personale nel caso si fossero imbattuti in un bagaglio senza proprietario. Veniva ripetuta di continuo. La brezza marina era fresca sulle braccia, il sole splendeva alto nel cielo. La temperatura era ideale. In molti attendevano lungo la banchina, sparpagliati a chiazze. Il treno comparve in lontananza. Andava a grande velocità, la ragazza l’aveva subito notato. Era di colore rosso. Non emetteva alcun tipo di rumore mentre si inoltrava nella stazione, e anche la frenata fu silenziosa. La testa del treno aveva la forma della testa di un serpente. C’erano due strisce nere dove dovevano esserci gli occhi del serpente e altre due, più sottili, dove dovevano esserci le narici. Era la prima volta che ci salivano, lo studente e la ragazza. La società di trasporto delle ferrovie l’aveva inaugurato qualche giorno prima. Si trattava del modello di punta. Lo studente di medicina e la ragazza si alzarono, afferrarono i rispettivi bagagli, li trascinarono fino alla scaletta metallizzata del treno e salirono.  Continua a leggere

La prima volta

I.

Quando Emma mi scrisse che a cena ci sarebbe stato anche La-Roy, corsi in camera da letto, spalancai l’anta e mi specchiai. I jeans mi slargavano i fianchi, la camicetta mi faceva la pancia. Ero tonica solo nello specchio della palestra. Mi spogliai e gettai le cose sul parquet. Frugai nell’armadio: avrei indossato un’altra camicia, meno aderente, i pantaloni neri, i tacchi.

– Ci sei? ‒  chiese mia figlia Olivia.

– Un attimo – bofonchiai mentre infilavo i pantaloni.

– Jack mi ha scritto che sono qui sotto – Giacomo era l’altro figlio di Emma, in classe con Olivia. Continua a leggere