Torniamo insieme

Moglie si inginocchiò. L’orlo del tubino le risalì le cosce di qualche centimetro. Indossava le calze nere invernali e i tacchi. Aprì il mobile sotto il lavabo. Dentro il mobile c’erano, disposte in file simmetriche, bottiglie su bottiglie di prodotti per la manutenzione della casa. Ne estrasse una. Era una confezione da mezzo litro di pulitore per cuoio. Dopo averla appoggiata sulle piastrelle, frugò ancora dentro il mobile. La stanza della lavanderia aveva una forma allungata. I mobili occupavano la parete sinistra. Erano tutti bianchi. La finestra in fondo dava sulla facciata di un grattacielo, ma la luce vi entrava abbondante. Moglie prese, in ordine, un paio di guanti ancora imbustati, un barattolo di crema per superfici in pelle di cuoio, un rotolo intero di carta da cucina, un panno morbido. Chiuse il mobile. Si alzò, attenta a non far cadere nulla. Si era schiacciata le cose che aveva preso contro il ventre, aiutandosi con le braccia. Attraversò la cucina ed entrò in soggiorno. Era ampio e luminoso. Nonostante la distesa ordinata di grattacieli di vetro alti e imponenti che si poteva ammirare attraverso le vetrate, anche in salotto la luce lattea del cielo si rovesciava in abbondanza e si spandeva dappertutto, dalla superficie dell’acquario di pesci dal colore argenteo al tavolino in vetroresina, dall’enorme schermo del televisore al tappeto in fibre vegetali, dalla lampada col lungo stelo al divano. Moglie si fermò proprio davanti al divano. Era un divano angolare da otto posti. Le sedute avevano la superficie convessa ed erano così profonde che si potevano stendere le gambe. Lo schienale era tondeggiante quanto le sedute, alto e largo, con un poggiatesta reclinabile in cima a ogni posto. La pelle di cuoio di cui era rivestito era bianca e lucida. Sembrava morbida al tatto. Ma la cosa che Moglie fissava era un’altra. E questa cosa riposava, srotolata in tutta la sua lunghezza, sulla seduta centrale, quella all’incrocio dei bracci. Questa cosa, Moglie faticava ancora a crederci, era un grosso escremento. Un grosso escremento dalla forma a salsiccia. Un grosso escremento scuro dalla forma a salsiccia.

Quello stesso pomeriggio Moglie era rientrata in casa e, dopo essersi tolta il cappotto, era andata nel bagno della camera col letto matrimoniale, quella in cui dorme con Marito. In tutta calma si era struccata e si era spalmata una crema idratante sulla fronte e sulle guance. Poi era andata in cucina e si era fatta un caffè con la macchinetta. Aveva preso il piattino, il cucchiaino e la bustina di zucchero per berselo in salotto. Solo allora aveva notato qualcosa di strano sul divano e si era avvicinata, vedendo per la prima volta il grosso escremento scuro dalla forma a salsiccia. Doveva essere uno scherzo, aveva pensato lei. Probabilmente era un gioco di plastica. Aveva visto la pubblicità di quella stupidaggine. Uno tra Marito, Figlio Maggiore e Figlio Minore sarebbe sbucato fuori dal nulla e l’avrebbe presa in giro per esserci cascata. Ma nessuno era sbucato fuori. Perché non era uno scherzo. Anche la puzza lo confermava. Oltre ad essere grosso e scuro, l’escremento dava l’idea di essere compatto. Non aveva crepe sulla superficie, né striature di tonalità differenti. Era l’unica cosa su cui la luce che entrava da fuori non si rifletteva. Magari era stato qualcuno che si era intrufolato in casa per rubare o fare chissà che. Un ladro, un delinquente, aveva pensato Moglie. E questo qualcuno poteva trovarsi ancora lì, costretto a nascondersi per il ritorno imprevisto del padrone di casa. Aveva posato il caffè sul tavolino ed era corsa in cucina nonostante i tacchi. Aveva aperto un cassetto e aveva preso un coltello dalla lama lunga. Camminava con gli occhi sgranati e il coltello stretto nel palmo, pronto a essere usato. Dalla cucina allo studio di Marito, dalla zona del salotto a sinistra dell’acquario a quella del salotto a destra dell’acquario, dal bagno degli ospiti alle camere dei figli, dalla camera col letto matrimoniale al bagno dei figli, Moglie aveva controllato tutte le stanze in tutti i loro angoli. Non c’era nessuno in casa. Non c’erano neanche segni di infrazione. Così era tornata davanti al divano. Se non era stato un estraneo, doveva essere stato uno di casa, aveva pensato. Uno tra Marito, Figlio Minore, Figlio Maggiore. Questo era successo prima. Moglie poggiò sul tappeto, uno per uno, gli oggetti che aveva preso dal mobile sotto il lavabo. Strappò due fogli dal rotolo, si fasciò la mano e con accuratezza rimosse dal divano ciò che doveva rimuovere. Una volta nel bagno degli ospiti, lo lasciò cadere nella tazza per poi tirare lo sciacquone. Tornata al divano, notò che era rimasta una macchia sulla zona incriminata. Spruzzò il pulitore per cuoio. Si inginocchiò. Prese il panno morbido e iniziò a sfregare con brevi movimenti del polso. I suoi capelli, scuri e lisci, con la riga in mezzo, tagliati alle spalle, si muovevano come impazziti. La macchia non se ne andava. Provò a spruzzarne ancora e ripetere l’operazione col panno, stavolta eseguendo movimenti lenti e circolari. Ma la macchia resisteva. Moglie sgrovigliò una ciocca di capelli dalla montatura degli occhiali. Prese la confezione del detergente e ne versò una modesta quantità sulla macchia. Appallottolò dei fogli di carta da cucina e iniziò a sfregare. Dopo pochi secondi si rese conto che sì, la macchia se n’era andata, ma al suo posto c’era uno squarcio di qualche centimetro che lasciava vedere l’imbottitura. Aveva rovinato la rivestitura in pelle del divano. 

Dopo aver messo a posto, Moglie riportò in cucina il caffè freddo e il piattino del caffè. Anche la cucina, come il soggiorno, era un vasto ambiente. In fondo, addossati contro la parete, c’erano i fornelli a induzione, il lavandino, il frigorifero, il forno a microonde, il forno, sovrastati da altri mobili. Nel mezzo della stanza era collocato un monumentale tavolo in marmo bianco. Sulla sua superficie c’erano cartacce, piatti, piattini abbandonati. Qualcuno doveva aver mangiato senza mettere a posto. Passò oltre. Rovesciò il caffè nel lavello. Prese una cialda da una scatola sulla credenza e la inserì nella macchinetta. Schiacciò il pulsante. Mentre il caffè scendeva, Moglie non riusciva a contenere i pensieri. Chi era stato a fare quella cosa sul divano? Marito? Figlio Minore? Figlio Maggiore? Era imbarazzante. E irrispettoso. Qualcuno doveva essere punito per ciò che era successo. Mise la tazzina sul piattino, lo sollevò e si spostò in salotto. Si sedette su una poltrona da cui poteva osservare il buco sul divano. Sorseggiò il caffè bollente. Aveva la mandibola con gli angoli squadrati, ma gli occhi blu e la pelle pallida mitigavano la severità del suo viso dandogli un che di provocante. Il naso era piccolo e all’insù. Quando ebbe finito, posò il caffè sul tavolino. Si alzò. Si avvicinò alla borsa sul tavolo di cristallo e ci frugò dentro. Ne estrasse il cellulare. Con l’indice fece una leggera pressione sullo schermo, in particolare sull’icona del telefono. Voleva sapere chi era stato. E per sapere avrebbe chiamato uno per uno i componenti della famiglia. Iniziò con Marito.

Pronto amore.

Ma ciao.

Sono in ufficio. Dimmi.

Volevo farti un saluto veloce.

Ciao a te, amore.

Come stai? Tutto bene a lavoro?

Sì, dai, tutto bene.

Sono contenta.

A parte la storia del bagno. Quella è una rottura.

La storia del bagno?

Ma sì. Non te l’avevo detto?

No.

Hai presente il bagno dell’ufficio? Quello riservato ai soci?

Sì.

É guasto da qualche giorno. 

Non lo potete usare?

No, lo scarico è come impazzito. L’acqua della tazza, ogni volta che si tira lo sciacquone, esce e allaga il pavimento.

Mi spiace.

Speriamo che risolvano. L’idraulico non sembra un genio.

Già. Speriamo.

Sennò mi tocca passare sempre da casa. Ogni maledetto giorno. Dopo pranzo. Oggi sono entrato in casa per un pelo.

In che senso?

In quel senso.

Ah.

Perché?

Scusa, fammi capire… Dovevi espletare i tuoi bisogni e sei entrato in casa appena in tempo per farlo? Oggi?

Esattamente. Ma come parli?

E sei andato subito in bagno, appena entrato?

Perché me lo chiedi?

Magari non eri riuscito ad arrivare al bagno e…

Perché dici così? 

Mi interesso alle tue disavventure. Sei arrivato o no in tempo in bagno?

Vuoi anche sapere com’è andata dopo che mi sono seduto sulla tazza? 

Non importa. Tu dimmi se è andata così.

Ma certo che sì. Sennò l’avrei fatta in giro per casa, no?

Esatto.

Sei impazzita?

Volevo farti uno scherzo, sciocchino. Non mi hai ancora capito?

Mah.

Hai visto Figlio Minore o Figlio Maggiore a casa?

No, non ho visto nessuno.

Bene. Ti lascio al tuo lavoro, amore. Ho delle cose da fare. Non posso perdere troppo tempo a scherzare.

Sarò come dici tu. A dopo.

Moglie posò il cellulare sul tavolo e attraversò il salotto. Percorse il lungo corridoio dalle pareti chiare. Girò a sinistra, fece scorrere una porta ed entrò nella camera col letto matrimoniale. Iniziò ad abbassare la cerniera del tubino lungo la schiena. Una volta spinta fino in fondo, il vestito le cadde ai piedi, lasciandola in mutandine e reggiseno. Fece due passi di lato, senza togliersi i tacchi. Non aveva certo il fisico di quando era venticinquenne, trentenne, però non si poteva lamentare. Le forme c’erano ancora. Il sedere era tondo e invitante, senza particolari pieghe o smagliature, la pancia piatta, senza rotoli o gobbe, il seno abbondante, che stava su senza sostegno. Si slegò il reggiseno, si tolse le mutandine. Entrò in bagno. Aprì il rubinetto della vasca. L’acqua era così calda che fumava. Il bagno era sterminato, in linea con la grandezza degli altri ambienti. Aveva i sanitari sospesi in ceramica, il lavandino dalla forma di cubo concavo, uno specchio che copriva in lunghezza una parete. Le piastrelle dei muri erano, neanche a dirlo, di un colore biancastro. Si sedette sul bordo della vasca e incrociò le gambe. Attendeva che salisse il livello dell’acqua. Pensò a Marito: il bagno dell’ufficio era guasto, questo le aveva detto. Proprio quel giorno… Proprio quel giorno lui era tornato a casa per andare in bagno. Poco prima di farsela addosso. E se invece se l’era fatta addosso mentre sedeva sul divano per togliersi le scarpe, colto alla sprovvista dallo stimolo che pensava di trattenere ancora un minuto o due? Ma così l’avrebbe fatta nei pantaloni, non sul divano. E poi perché raccontarle la storia del bagno, se era lui il colpevole? Forse l’aveva fatto apposta. Una volta che la vasca si fu riempita per metà, Moglie prese un boccetta di olii e la rovesciò. Ne prese un’altra e un’altra ancora, e versò anche queste. Il bagno cominciò a profumare di posti lontani baciati dal mare e dal sole, intanto che la schiuma montava rapidamente. Moglie, dopo che la schiuma raggiunse l’orlo, chiuse il rubinetto. Si ricordò di aver lasciato il cellulare di là. Senza coprirsi con un asciugamano né calzare un paio di ciabatte, si spostò in soggiorno in punta di piedi. Il sole tramontava dietro la massa di edifici all’orizzonte. Il buio inghiottiva la città, e con essa l’appartamento. Non più grattacieli, ma montagne lampeggianti sovrastavano il salotto. Faceva più freddo di prima. Moglie recuperò il cellulare e tornò in bagno correndo. Entrò nella vasca. Scivolò completamente sott’acqua. Chiuse gli occhi per qualche istante, godendosi l’immersione. Tirò fuori la testa, fece un lungo respiro, poi si  tirò indietro i capelli e si tamponò il viso con un piccolo asciugamano. Prese il cellulare dal tappeto. Chiamò Figlio Maggiore.

Ehi, ciao.

Ciao. Come stai?

Tutto bene. Tu?

Anche io. Tutto bene.

Dimmi. Hai bisogno di qualcosa?

Volevo farti un saluto.

Un saluto anche a te, allora.

Senti, già che ci sono…

Dimmi.

Oggi sei tornato a casa dopo l’università?

Sono tornato per pranzo. Perché?

C’era un tale disordine in cucina.

Sì, sono stato io. Scusa. Avevo una fame…

La prossima volta sta’ più attento.

Mi spiace.

Eri solo?

Sì.

E poi per che ora sei uscito? Più o meno.

Dopo aver mangiato. Dopo pranzo, sì.

Hai incrociato papà?

No. 

Mi ha detto di essere passato da casa dopo aver pranzato.

Magari lui ha pranzato prima o dopo di me. Possiamo aver pranzato in orari diversi.

Probabile.

Ma perché tutte queste domande?

Ma niente.

Sicura?

Non so mai nulla di te. Mi interessavo alla tua giornata.

Sei una mamma premurosa.

Sono felice che lo pensi.

Ma secondo me c’è qualcosa sotto.

Volevo interessarmi a te. E rimproverarti per la confusione in cucina.

Non mi piace dire le mie cose. Lo sai.

Ma è più forte di me. Una mamma si interessa al proprio figlio.

Sei una brava mamma.

Grazie.

É la verità.

Ancora una cosa. A casa hai visto tuo fratello?

No. Non l’ho visto. Non ho visto nessuno.

Va bene. E adesso che stai facendo?

Sono in biblioteca. Sto studiando.

Sei da solo?

Sì. Perché?

Così.

Ok.

Va bene, dai. Ti lascio andare. Buono studio.

Grazie. A dopo.

Moglie mise della musica rilassante dal proprio cellulare e lo lasciò sul pavimento, di fianco alla vasca. Chiuse gli occhi. Immerse di nuovo la testa sott’acqua. Figlio Maggiore di solito non tornava a casa per pranzare. Ma questo non significava niente, di per sé. Perché era più che possibile che Figlio Maggiore e Marito avessero davvero pranzato in tempi diversi. Questione di pochi minuti, questioni di qualche ora, non importava. Figlio Maggiore, inoltre, si era dichiarato colpevole per la cucina. L’unica stranezza della telefonata erano stati i complimenti che Figlio Maggiore le aveva rivolto. Non era da lui. Moglie uscì dalla vasca. Si avvolse un asciugamano intorno ai capelli e un altro, più lungo, intorno al corpo. Lo fissò all’altezza del seno. Quando ebbe finito di  asciugarsi, indossò i pantaloni della tuta e un maglione, lasciando i capelli bagnati e sciolti. Grazie all’azione dello shampoo vegetale e del balsamo nutriente sembravano ancora più lucenti. Infilò il cellulare in tasca e andò in cucina. Doveva mettere a posto sul tavolo di marmo. Appallottolò le cartacce, facendone un’unica grande palla, e la buttò nella sacchetto della plastica. I piatti e i piattini, invece, li posò nel lavandino. Con un panno umido eliminò le briciole sulla superficie. Era tornato come nuovo. Moglie e Moglie soltanto si occupava della casa e dei loro abitanti. Non aveva mai voluto una donna delle pulizie, né una donna di servizio che cucinasse e facesse le cose al suo posto. Non le piaceva l’idea di avere in casa qualcuno che non fosse un membro della famiglia. Faticava di più senza un aiuto, è vero, ma la cosa non le dispiaceva. Anzi, le dava energia e voglia di fare. Non era compito da poco. Non tutti sono in grado di mantenere una casa dalle dimensioni ciclopiche così pulita e splendente, sempre perfetta, pronta per essere esposta in un ipotetico museo delle case da sogno e al tempo stesso servire e riverire gli abitanti di quella casa in modo così puntuale e spontaneo da non dimenticarsi nemmeno una delle loro mille e più richieste, come faceva lei, senza mai chiedere aiuto a nessuno. Dopo aver lavato i piatti sporchi e averli disposti nelle credenza, si portò davanti al frigo. Lo aprì. Le mensole erano così colme di frutta, verdura, latte, zuppe, uova, affettati, pollo, yogurt, formaggi, pesce, sughi già aperti, dolci e molto altro che non rimaneva spazio libero. Di materiale ne aveva in abbondanza. Doveva solo concentrarsi. Passò in rassegna il contenuto del frigorifero più di una volta, dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso, niente, non riusciva a configurare il menù giusto per la cena di quella sera. Non aveva idee. Sentì il bisogno di tornare alle sue indagini. Doveva trovare il colpevole, prima. Prese il cellulare e chiamò Figlio Minore. Lui rispose dopo molti squilli.

Adesso torno. Non avevo visto l’orologio 

Perché mi dici così?

Non sono in ritardo per cena?

No, tranquillo.

Ah. Bene.

Devo ancora preparare. Sono sola.

Allora dimmi. Che c’è?

Volevo salutarti.

Capisco.

Un saluto dalla mamma.

Anche a te… Senti, io sarei con i miei amici.

E allora?

Voglio stare con loro.

Ma certo. Che state facendo?

Niente di che.

Immaginavo.

Dai, ti lascio. Ci vediamo dopo.

Un attimo. Volevo chiederti anche una cosa.

Spara. Veloce.

Dopo scuola sei passato da casa?

Perché?

Ma niente, così.

Sì, sono passato.

Per che ora più o meno? Se ti ricordi.

Saranno state le quattro. Pieno pomeriggio.

Ah.

Perché?

Se vuoi che facciamo veloce devi rispondere di più e chiedere di meno. Hai incontrato qualcuno a casa? Marito? Figlio Maggiore? 

No. In casa nessuno.

Cosa vuol dire?

Dentro casa no, non ho visto nessuno. Però fuori di casa sì.

Chi hai visto? E dove?

Quando sono uscito di casa mi sono accorto di aver dimenticato gli occhiali. Così mi sono girato per tornare e ho visto mio fratello insieme a una. Attraversavano la strada. Venivano qui, credo.

Una ragazza?

Sì, una. Forse la sua ragazza. Non lo so.

Loro ti hanno visto?

No. Sono andato via senza gli occhiali. Ho immaginato che volessero stare da soli, non volevo interromperli. Tutto bene, mamma? Ci sei?

Tutto bene.

Adesso me lo devi dire. Perché tutte queste domande?

Ma niente. Davvero. Niente.

Ho messo nei guai Fratello Maggiore?

No.

Sicura?

Non è mica un reato portare una ragazza in casa. E poi, non volevi fare veloce?

Hai ragione.

Tranquillo. Non hai messo nei guai nessuno.

Meglio così. Ciao mamma. A dopo.

A dopo.

Figlio Maggiore, chi l’avrebbe mai detto. Figlio Maggiore e la sua ragazza, a essere precisi. Loro due erano i colpevoli, qualunque cosa fosse successa quel pomeriggio su quel divano. Ma qual era il movente? E tutto quel caos in cucina, a rifletterci, adesso, doveva essere stato fatto da due persone, non da una. Magari dopo che avevano fumato… Moglie vestì un grembiule color crema, si lavò le mani e cominciò a prelevare dal frigo i prodotti che le servivano per posizionarli sul ripiano della cucina. Adesso, con la mente sgombra, sapeva cosa cucinare. Come antipasto avrebbe servito affettati scelti e insalata russa preparata in casa. Come primo, gnocchi ai quattro formaggi. Come secondo pollo al forno. Ma niente dolce. Il dolce sarebbe stato smascherare Figlio Maggiore davanti a tutti. Questa sarebbe stata la sua vendetta nei confronti di chi non la rispettava pur avendo sempre avuto da lei il massimo impegno. Perché chi non rispettava la casa, non rispettava lei. Accese la televisione appesa al muro per avere compagnia durante i preparativi. Una donna coi capelli cotonati rivolgeva domande a concorrenti che, se non rispondevano bene, cadevano in una voragine che si spalancava sotto i loro piedi. Se rispondevano bene invece venivano sparati in alto da un getto d’aria affinché arraffassero quante più banconote potevano dal soffitto dello studio televisivo. Il forno elettrico di Moglie era ingombro di pentole e padelle che fumavano. La cappa era accesa e aspirava il fumo in eccesso. I piedi di Moglie, sempre sulle punte, saltellavano da un punto all’altro della cucina con agilità. Era un piacere vederla muoversi. Le musiche del quiz televisivo scandivano il ritmo. Non apparecchiò in cucina, come ogni sera, ma in soggiorno. Prima stese una tovaglia bianca con un motivo a foglia sovraimpresso, anche questo bianco. Il tessuto era morbido, elastico. Sembrava costoso. Dispose le posate e i bicchieri e i tovaglioli. Le posate erano di un servizio in argento puro. I bicchieri erano così sottili e trasparenti che, se non vi si fosse riflessa la luce del lampadario, non si sarebbero neanche notati. I tovaglioli, nonostante fossero di cotone, sembravano di velluto. Accese delle candele e le piazzò al centro del tavolo. Per completare, strappò dei petali bianchi dalla pianta nell’angolo e li sparpagliò.

Tutti gradirono gli affettati e trovarono buonissima l’insalata russa. Sia Marito che Figlio Minore, affamati, non avevano chiesto perché si mangiasse in soggiorno e non in cucina, come al solito, e sembravano aver dimenticato le domande strane a cui erano stati sottoposti nel pomeriggio da Moglie. Mangiavano senza proferire parola, boccone dopo boccone. Figlio Maggiore invece mangiava meno volentieri, come se non avesse granché fame. Per il resto, era silenzioso come al solito. Forse più del solito. Anche gli gnocchi furono apprezzati. Il pollo fu addirittura un successo. In breve tempo non ne rimasero che le ossa. Quando si arrivò al dolce, Moglie richiamò l’attenzione dei commensali e disse che il dolce non c’era. Marito chiese come mai, e lei rispose che per dolce c’era qualcosa di meglio: la verità. Cosa?, chiese Figlio Minore. Sì, cosa?, aggiunse Marito. Sapete perché oggi vi ho chiesto tutte quelle cose?, disse lei, alzandosi in piedi. Figlio Maggiore stava con la testa china. Vi ho chiamato perché è successa una cosa. Qui in casa. Tutti pendevano dalle sue labbra. Moglie osservò attentamente Figlio Maggiore per un tempo che le parve interminabile, ed ebbe la sensazione che la storia dell’escremento grosso e scuro sul divano non doveva essere affrontata davanti a tutti. La vendetta, forse, non era la soluzione. Di conseguenza, deviò su un capo d’accusa secondario: disse che quel giorno Figlio Maggiore aveva fatto un grande casino in cucina e poi non aveva messo a posto. Marito e Figlio Minore guardarono Figlio Maggiore, che aveva alzato la testa, sorpreso, e poi tornarono a interrogare Moglie con gli occhi. Era questa la verità?, chiese Marito. Sì, disse lei. Ah, disse lui. Rimasero tutti in silenzio per qualche secondo. Poi Marito rimproverò senza convinzione Figlio Maggiore. Figlio Maggiore annuiva, ma con la testa era da un’altra parte. Il discorso continuò per qualche minuto. Figlio Minore, annoiato dalla piega che avevano preso gli eventi, se ne andò in camera sua. Marito cominciò a parlare di tutt’altro a Figlio Maggiore, tribunale, sanzioni, parcelle, divorzi. Dopo qualche minuto anche Figlio Maggiore se ne andò. Marito quasi non se ne accorse. Rimasero Moglie e Marito. Ma che hai oggi?, le disse lui. Niente. Ho macchiato il divano con del cioccolato e poi, provando a pulire, l’ho rovinato, rispose lei. Cose che succedono, disse lui.

Moglie e Marito, dopo aver sparecchiato, si sedettero sul divano in soggiorno per guardare un film. Verso la fine del film Marito si addormentò sul grembo di Moglie. Lei si divincolò con agilità e imboccò il corridoio. Era tutto buio. Si fermò alla prima porta sulla destra. Figlio Minore giocava a un videogioco. Indossava delle cuffie e parlava a un microfono incorporato nelle cuffie. Il televisore non era grande quanto quello del salotto, ma poco ci mancava. Solo la zona del televisore era illuminata, il resto della camera rimaneva nell’oscurità. Ogni tanto Figlio Minore imprecava ad alta voce e poi tornava a schiacciare i tasti in modo ossessivo. Moglie sorrise e proseguì. Percorse una decina di metri. Si fermò a un’altra porta chiusa, sempre sulla destra. Bussò con le nocche. Non le apriva nessuno. Bussò di nuovo. Figlio Maggiore le disse di entrare. Lei fece scorrere la porta e la richiuse. Anche suo Figlio Maggiore era al buio. Stava seduto alla scrivania e digitava velocemente sulla tastiera. Moglie gli passò dietro e raggiunse il letto dall’altra parte. Lui finì di scrivere qualcosa in una chat. Moglie si sedette accavallando le gambe. Congiunse le braccia. Lui girò la sedia con le rotelle verso di lei.

Sai perché sono qui?

No.

Davvero?

Sì.

Perché prima, a cena, ho preferito risparmiarti. 

In che senso?

Non ho voluto levarti la maschera davanti a tutti.

Continuo a non capire.

Ho capito che non volevi che io ne parlassi davanti agli altri. Di ciò che è successo oggi. Ma adesso voglio sapere la verità. Non fare il finto tonto. Sennò sveglio Marito.

Non so di cosa stai parlando, mamma.

Ah no?

No.

Se non mi dici come sono andate davvero le cose, sarò costretta a coinvolgere Marito. E a quel punto lui coinvolgerà Figlio Minore. Lo conosci.

Se non mi dici di che cosa stiamo parlando, non posso risponderti.

Tu e quella ragazza avete fatto qualcosa al mio divano.

Cosa? Quale ragazza?

Vi ho visto, oggi. Quando entravate nel palazzo. Allora? Non dici niente?

Io non so di cosa tu stia parlando.

Se non mi dici la verità, oltre a raccontare che cos’hai fatto a Marito e Figlio Minore, cercherò e capirò chi è quella ragazza, te lo posso giurare su quello che vuoi. Mi conosci. Mantengo le promesse. Una volta scoperto il nome, chiamerò i suoi genitori. Perché loro  le chiedano se sa che cosa è successo al divano. Hai perso la lingua?

Basta. 

Allora dimmi che cosa è successo.

Prometti che non chiamerai nessuno?

Prometto.

Rimarrà tutto tra noi?

Sì.

Ok.

Che la confessione abbia inizio. Avanti.

La ragazza che era con me oggi si chiama Ragazza. L’ho conosciuta al liceo. Durante l’intervallo l’ho vista dalla finestra del corridoio e mi sono precipitato in cortile anche se non fumavo. Non so bene come, sono riuscito a parlarle e a chiederle se le andava di vedere un film al cinema con me. Lei mi ha detto di sì ed è tornata in classe. Siamo andati al cinema e siamo stati benissimo. Se vuoi capire ciò che è successo oggi, ti devo dire di Ragazza fin dal principio. Dopo il cinema siamo usciti altre volte. Andavamo a bere e ballare. Stavamo insieme, anche se non ce lo dicevamo. Fino a che lei un giorno non mi parla di te. Sì, di te, mamma. Mi dice che il giorno prima, per caso, ti ha visto in giro, e che le sei stata antipatica fin da subito. Io le chiedo che cosa glielo fa dire, dato che non ti conosce. Lei inizia a prendermi in giro. Mi dice che a me piace di più la mia mamma che lei. Io le chiedo se sta bene. Lei non mi risponde, ma in compenso mi dice che non vuole stare con uno come me. Io le dico che lei non è normale. Ha dei problemi gravi. Fa e dice cosa senza senso. Lei mi dice di tornarmene dalla mia mamma. Proprio queste parole. E mi lascia solo sulla panchina. Perché non l’ho lasciata perdere, dopo quella scenata? Perché mi piaceva. Anzi, dopo aver capito che non era normale, Ragazza, se possibile, mi piaceva ancora di più. Però lei non mi voleva. Aveva cominciato a uscire con un’altra compagnia. Io, per adeguarmi, vestivo magliette stracciate, pantaloni stretti, scarpe scomode. Mi lasciavo crescere i capelli. Avevo dei capelli orrendi, ricordi? Lei non mi degnava di uno sguardo. Sembravano interessarle solo i casi disperati, i poveracci, gli idioti, tutta gente senza un come né un perché. Quando poi si è trasferita per studiare, io sono rimasto qui. Lei, figurati, odia questa città. E odia chi ci rimane per suo volere. Quindi ha odiato anche me. Le uniche cose che sapevo di lei, una volta andata via, le sapevo grazie al suo profilo digitale. Perché sprecavo ancora del tempo su Ragazza? Non lo so. Forse sono masochista. Dal canto mio, non riuscivo a convincermi di non volerla. Non me la toglievo dalla testa. Sono arrivato a pentirmi di non essermi trasferito anche io dove stava lei. Una sera, qualche settimana fa, l’ho rincontrata dopo anni. In un locale qui in città. Ho avuto un trasalimento. Il cuore ha iniziato a pompare al massimo, il mio petto tremava. Ragazza era seduta a un tavolino con due sedie. Era da sola. Sono andato a parlarci e mi sono fermato a bere con lei. L’amico che doveva vedere le ha scritto che aveva avuto un problema e non sarebbe riuscito a raggiungerla, così ci siamo alzati e abbiamo passeggiato. Siamo stati in altri locali. Abbiamo bevuto e abbiamo parlato. Siamo andati a ballare. Ci siamo divertiti. Da allora abbiamo ripreso a scriverci. Ma veniamo a oggi. Ti dirò esattamente che cosa è successo. Non spazientirti. Ieri notte ho scritto a Ragazza se le andava di vederci stamattina. Lei mi ha detto di sì. Stamattina ci vediamo. Per pranzo non torno a casa, come ti ho raccontato, ma mangio fuori insieme a lei. Stiamo in giro per altre due o tre ore. Poi verso le quattro le dico che è probabile che da me non ci sia nessuno. Se le va, possiamo andare a casa mia. Lei ci pensa. Mi dice di sì. Non fare quella faccia. Non ti racconto niente di inopportuno. Appena entrati, andiamo in cucina e mangiamo… No, non avevamo fame perché avevamo fumato… Dopo aver finito ce la filiamo senza mettere a posto. La faccio accomodare sul divano. Mi siedo di fianco a lei. Ragazza guarda in giro per il soggiorno, soffermandosi a lungo su ogni cosa che vede. Si gira verso di me e mi ride in faccia. Mi chiede se sei stata tu, mamma, ad arredare l’appartamento. Le dico di sì, e le chiedo se le piace. Lei continua a ridere. La osservo. Mi dice che sono proprio un cocco di mamma. Le dico di non cominciare. Lei: “Vediamo se hai le palle”. Io: “Avanti”. Lei: “Vediamo se ti piaccio di più io o se ti piace di più tua madre”. Io: “Tu sei scema”. Lei: “Falla sul divano. Mettiti in piedi, accovacciati e spingi. Fai un bello stronzo sul divano e lascialo lì”. Io: “Scherzi, vero?” E lei: “Se lo fai, torniamo insieme”.

 

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Rincontrarti

Se dovessi imbattermi in te, un giorno, in mezzo alla calca del tardo pomeriggio, rimarrei immobile. Ti osserverei a lungo, sopraffatto dallo stupore. Ti sorriderei. Anche tu mi sorrideresti, altrettanto meravigliata  dell’incontro. Ti prenderei per mano e ti porterei in una via secondaria, lontano dal caos. Alzerei la mia, di mano, e passerei il palmo sulle tue guance, sulla tua fronte, sul tuo collo. Tu, nonostante l’imbarazzo, non faresti obiezioni. Senza dirti una parola, senza rispondere alle tue domande ti farei segno di seguirmi. Cammineremmo insieme, fendendo la folla. Più che guardare avanti, ci guarderemmo a vicenda e andremmo a sbattere contro gli altri. A un certo punto ti indicherei l’ingresso di un palazzo.
“Ti va di salire?” ti chiederei.
Tu dischiuderesti le labbra, sorpresa dalla mia audacia. Ci penseresti qualche secondo, domandandoti perché hai voglia di dirmi di sì. Mi guarderesti negli occhi e, dopo qualche secondo di attesa per non risultare impudente, mi annuiresti. Saliremmo in ascensore. Sul pianerottolo aprirei la porta di casa. Ti aiuterei a sfilarti il cappotto e lo sistemerei sull’attaccapanni. Ti farei accomodare sul divano. Accenderei la luce.
Tu, allora, ti renderesti conto che il mio viso si è allungato a dismisura, il mento è appuntito come un pugnale, al posto degli occhi ho due cavità nere, i capelli sono unti e arruffati, le mani si sono trasformate in zampe, munite di artigli adunchi. Ti sorriderei con i denti sporchi e affilati, gli zigomi bene in vista. Tu ti alzeresti e inizieresti a urlare. Io ti conterrei senza difficoltà, tappandoti la bocca con la zampa. La paura ti paralizzerebbe ogni muscolo. Ti sentiresti così inebetita che penseresti di essere stata drogata. Crollando sul divano, taceresti. Mi fisseresti. Io ti passerei gli artigli dove prima ti avevo passato la mano, guance, fronte, collo, ma più a lungo e più intensamente. Ti odorerei con le narici dilatate. Ti darei un bacio sulla guancia. Poi, senza preavviso, ti squarcerei il maglione, la maglietta, i pantaloni, le mutandine. Rimarresti nuda e tremante al mio cospetto. Con lo sguardo indugerei a lungo sul tuo corpo.
“In questi anni non ho fatto che pensarti. Ma più che pensare a te, se devo essere sincero, ho pensato alla tua pelle” ti direi. Poi continuerei: “La tua pelle. Bianca come il cielo d’inverno, liscia come la stoffa più pregiata, profumata come il frutto più dolce. Ne avevo bisogno. Avevo bisogno di annusarla, toccarla, baciarla, torcerla, graffiarla, assaggiarla. Ma non potevo scriverti. Non potevo vederti. Una volta messe le mani su di te, non le avrei più tolte. Ero terrorizzato dai miei desideri. Eppure non riuscivo a reprimerli. Lo stomaco mi si contorceva emettendo strani suoni, la testa mi faceva così male che pensavo di avere i chiodi nel cranio. Non dormivo la notte. Non capivo nulla di ciò che mi accadeva intorno. Poi, un mattino, dopo la crisi più acuta che avessi mai avuto, con la luce dell’alba negli occhi, mi resi conto che, se non volevo impazzire, non potevo continuare così. Dovevo calmarmi. Smettere di pensare alla tua pelle e a ciò che volevo farci. Rimettermi a nuovo. Fare su qualche soldo. Preparare le valigie. Scegliere un posto a caso dall’altra parte del mondo. Lontano da ogni tentazione. Sarei guarito. Avrei ripreso a vivere. Sarebbe andato tutto per il meglio”

 

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Muffa

Lo studente di medicina e la ragazza attendevano seduti sulla panchina del binario. Il treno che li avrebbe riportati nella Grande Città era in ritardo. Gli altoparlanti trasmettevano sempre le stesse comunicazioni. Ce n’era una in particolare che invitava i passeggeri a rivolgersi al personale nel caso si fossero imbattuti in un bagaglio senza proprietario. Veniva ripetuta di continuo. La brezza marina era fresca sulle braccia, il sole splendeva alto nel cielo. La temperatura era ideale. In molti attendevano lungo la banchina, sparpagliati a chiazze. Il treno comparve in lontananza. Andava a grande velocità, la ragazza l’aveva subito notato. Arrivò in un istante. Era di colore rosso. Non emetteva alcun tipo di rumore mentre si inoltrava nella stazione, e anche la frenata fu silenziosa. La testa del treno aveva la forma della testa di un serpente. C’erano due strisce nere dove dovevano esserci gli occhi del serpente e altre due, più sottili, dove dovevano esserci le narici. Era la prima volta che ci salivano, lo studente e la ragazza. La società di trasporto delle ferrovie l’aveva inaugurato qualche giorno prima. Si trattava del modello di punta. Lo studente di medicina e la ragazza si alzarono, afferrarono i rispettivi bagagli, li trascinarono fino alla scaletta metallizzata del treno e salirono. 

Il corridoio, largo più di un metro, aveva la moquette. C’era l’aria condizionata accesa. I posti a sedere, quasi tutti vuoti, erano suddivisi in due file a moduli da quattro sedili affacciati, col tavolino nel mezzo. I sedili erano in pelle e avevano la parte superiore concava perché la testa vi aderisse meglio. Aleggiava un odore di disinfettante. Lo studente di medicina e la ragazza raggiunsero i posti indicati sul biglietto digitale. Il ragazzo sistemò i bagagli nello scomparto superiore. Si sedettero uno di fronte all’altra. Avevano i sedili dalla parte del corridoio. Si baciarono a stampo. C’era un piacevole silenzio. Lo studente di medicina, dopo essersi messo comodo, si girò. Toccò lo schienale. Qualcosa gli premeva contro la schiena. Curiosò dietro il sedile. C’erano due bagagli. Sembravano incastrati, così messi, in quello spazio angusto. Erano della stessa marca, ma di colori diversi. Erano bagagli leggeri, in poliestere. Quello più vicino al ragazzo era tanto stipato che le cerniere reggevano a malapena. L’altro, per quello che riusciva a vedere in quel pertugio, anche. Su entrambi c’era una targhetta appesa alla maniglia. C’era scritto qualcosa in un alfabeto a lui sconosciuto.

Lo studente di medicina chiese alla ragazza di chi fossero, e la ragazza gli disse, Che cosa? I bagagli che ho trovato qui dietro, disse lui. Lei sporse la testa. Dovevano essere di qualcuno lì nei dintorni, disse. Ma non c’è nessuno nei dintorni, le fece notare lui. I sedili erano quasi tutti liberi. Saranno di qualcuno di un altro vagone, disse lei. Lui disse che l’altoparlante era stato chiaro, prima: se si trova un bagaglio incustodito, rivolgersi al personale. La ragazza scrollò le spalle. Lo studente di medicina le si avvicinò con la testa e le disse che sulla targhetta c’era una scritta in una lingua mai vista. E quindi?, disse lei. Lui la guardò, stupito della domanda. Poi disse, abbassando la voce, Quindi tu mi vuoi dire che non hai mai sentito di quelli che fanno saltare in aria gli aerei, le macchine, i treni? Che si fanno esplodere in mezzo alla gente, eccetera eccetera? Lei gli lanciò un’occhiataccia. Tirò fuori dalla borsa il lettore di ebook e gli auricolari, senza rispondergli. Allora?, riprese lui, Di chi sono i bagagli? Lei gli chiese se la stava prendendo in giro o se diceva davvero. Lui arricciò le labbra, dubbioso. Poi si mise a cercare nello zaino che aveva ai piedi e ne tirò fuori un computer portatile. Lo aprì e lo mise sul tavolino. Lo accese. Meglio che non ci penso, disse lui. Ecco, sì, non pensarci, disse lei infilandosi gli auricolari nelle orecchie. Accese il lettore e si concentrò sulla lettura.

Lo studente di medicina e la ragazza erano stati in vacanza una settimana nella Vecchia Città. Avevano camminato per le vie strette del centro storico e scattato foto agli scorci più caratteristici, avevano visitato i musei più antichi, i palazzi, le chiese. Avevano bevuto cocktail in vecchi caffè sotto i portici della piazza principale, avevano mangiato in ristoranti vista mare. Uno degli ultimi giorni, poi, sulla scia dell’entusiasmo, alla ragazza era venuta un’idea. Perché non prendere un po’ di erba? Era un po’ che non fumavano. Poteva essere divertente. Lo studente di medicina aveva detto, Perché no? La notte stessa lui aveva avvicinato un gruppo di extracomunitari appostati nei pressi del loro hotel, in pieno centro. Uno di loro si era fatto avanti e gli aveva venduto qualche grammo di erba. Tornati nella camera dell’albergo, lo studente e la ragazza avevano fumato, ascoltato della musica. Si erano divertiti sotto le coperte e si erano addormentati. Il mattino dopo, però, lui si era svegliato con un problema. Lamentava un dolore nella zona del pettorale sinistro. La ragazza gli aveva detto che non era niente. Ma lui le aveva detto che era uno studente di medicina, toccava a lui dirlo. Lei lo aveva lasciato fare.

Ventiquattro ore dopo il dolore non gli era ancora andato via, così lo studente aveva trascorso la mattinata e buona parte del pomeriggio a fare ricerche sui sintomi e le possibile cause di quei sintomi, senza degnare la ragazza della minima attenzione. Aveva sempre il cellulare il mano, e sempre digitava e strisciava il dito sullo schermo. La sera lo studente aveva detto alla ragazza di aver capito: l’erba che avevano fumato doveva essere stata marcia, e di conseguenza doveva avergli infettato i polmoni. Ecco perché aveva male, nei suoi polmoni c’era la muffa. Le aveva detto anche il nome latino della malattia. Aveva letto decine e decine di articoli, non poteva non essere quello. E anche lei, che cosa era andata a prendere l’erba da quei tizi. In realtà sei stato tu, aveva detto la ragazza. Poi disse che forse, se fossero usciti, quella sera, anche lui si sarebbe sentito meglio e avrebbe dimenticato quelle brutte cose. Ma lui non riusciva a non pensarci, così erano rimasti chiusi in stanza. Appena sveglio, il giorno dopo, lo studente di medicina aveva chiamato il suo medico di famiglia e gli aveva raccontato tutto quanto. Il dottore gli aveva detto che in trent’anni non ne aveva mai visto uno con la muffa nel polmone. Stai tranquillo, gli aveva detto. Sono dolori intercostali. 

 

A intervalli regolari lo studente di medicina prima esaminava i bagagli dietro il sedile, poi scrutava in giro. Quando rivolgeva lo sguardo alla ragazza, lei faceva finta di niente. Nel frattempo, notò la ragazza prendendosi una pausa dal romanzo, il treno attraversava la bassa pianura, parallelo a un grande fiume dall’acqua di un blu così scuro che sembrava nera. Certe volte la vista del fiume era interrotta dal bosco o dalla vegetazione. C’erano boschi di querce, di abeti, di pini. Un’infinità di canali e piccoli corsi d’acqua si immetteva nel grande fiume. Il cielo spandeva una luce bianca che mitigava i singoli colori, ma che ne esaltava l’impressione d’insieme. Il treno fermò alla prima stazione del percorso. Quando le porte si furono richiuse, lo studente di medicina attirò l’attenzione della ragazza muovendole le dita sotto il naso. Che c’è?, disse lei, togliendosi un auricolare. Non sono di nessuno, ‘sti bagagli, disse lui. Ancora con questa storia?, disse lei. Lui sbuffò e disse che, se fossero stati i suoi bagagli, lui li avrebbe controllati ogni cinque minuti. La ragazza gli disse che per fortuna non erano tutti come lui, e si rimise l’auricolare. Lui glielo fece togliere di nuovo, non aveva finito. E adesso che c’è?, disse lei. Prima o poi lo fanno anche qui, disse lui, e abbassò la voce, Fidati, faranno esplodere qualcosa. Guarda che cambio posto, disse lei. Ti lascio qui da solo. Poi lo guardò per qualche secondo, per capire se la prendeva in giro o se era serio. Scosse la testa e si rimise per la seconda volta l’auricolare.

Lo studente di medicina, a giudicare da come mosse di scatto il collo e si alzò in piedi, aveva avuto un’idea. La ragazza si girò per guardare dove andava. Lo studente di medicina si presentò ai primi passeggeri che incontrò sulla sua destra e chiese, in modo cortese ma affettato, se qualcuno, per caso, aveva lasciato due bagagli qualche metro più in là. I passeggeri, sorpresi dalla domanda, dissero di non saperne nulla. Indicarono le valigie nello scomparto sopra le loro teste. Lo studente provò a domandare ad altri passeggeri, ma anche questi dicevano di non saperne nulla. La ragazza si girava e lo osservava per qualche secondo, poi tornava dritta. I passeggeri del lato sinistro, una manciata di persone, non diedero una risposta diversa. Avevano sistemato i bagagli sopra le loro teste. Lo studente di medicina tornò dalla ragazza. Le disse che i bagagli non erano di nessuno della carrozza, proprio come aveva detto lui. Lei, che aveva interrotto la musica e la lettura per l’ennesima volta, gli disse che, se era tanto preoccupato, doveva rivolgersi al personale, a una hostess per esempio, proprio come aveva detto la comunicazione. Lui annuì, Adesso vado, disse, e balzò in piedi. Si allontanò e uscì dalla carrozza. Qualche minuto dopo tornò a fianco di una hostess. Aveva i capelli chiari e un viso dai lineamenti sottili. Discutevano a bassa voce. Quando furono all’altezza della sua ragazza, lo studente di medicina ringraziò la hostess e si sedette al suo posto. Ancora una volta lei si dovette interrompere. Mi ha detto di andare dal capotreno, disse lui. E vai, no, cosa lo dici a me, disse lei. Lo studente di medicina si rialzò, si affrettò lungo il corridoio, aprì la porta della carrozza e sparì. Il treno, intanto, si era fermato nella seconda stazione. Le hostess avevano fatto un giro con i carrelli, distribuendo cibo e bevande incluse nel prezzo del biglietto. La ragazza era andata in bagno ed era tornata.

Quando lo studente di medicina rientrò nella carrozza, parecchio tempo dopo, era con quello che sembrava essere a tutti gli effetti il capotreno. Controllava i biglietti dei passeggeri mentre lo studente, dietro di lui, gli parlava. Il capotreno non gli prestava troppa attenzione, assentiva con sufficienza e pensava a fare quello che doveva fare. I passeggeri iniziavano a guardare lo studente di medicina, sempre più nervoso e sudato, con occhi perplessi. Dopo aver desistito dall’importunare il capotreno, lo studente tornò dalla ragazza. Si asciugò il sudore dalla fronte. Lei sbuffò, si tolse entrambi gli auricolari e ne fece una pallina di fili intricati. Niente, le disse lui. Cosa vuol dire niente?, domandò lei. Il capotreno dice che sono di qualcuno in un’altra carrozza, disse lui. Gli ho fatto presente che la comunicazione dice di rivolgersi al personale, in caso di un bagaglio incustodito, e che qui ce ne sono addirittura due, di bagagli incustoditi. E lui?, disse la ragazza. Mi ha detto che se ne occupa dopo, disse lo studente. Prima deve finire il giro. Cosa fanno passare quella comunicazione, se poi se ne fottono?, disse la ragazza. Non chiederlo a me, disse lui. Se quei due bagagli esplodono, salta in aria anche il capotreno. E tu piantala, disse lei, richiudendo il lettore di ebook e infilandolo nella borsa. Iniziò a giocare con gli auricolari, attorcigliandoli più che poteva e poi districandoli. Guardò fuori dal finestrino. Non c’era più la bassa pianura, ma la brughiera, il terreno era irregolare, disseminato di cespugli e piante basse. All’orizzonte c’erano ancora boschi. Il fiume era più largo e non scorreva vicino ai binari, ma nel mezzo della brughiera, non era più placido, ma impetuoso, i dislivelli del suo letto formavano delle cascate naturali sopra cui sostavano nuvole di vapore.

Il treno fermò alla terza stazione, un grande edificio squadrato con le banchine dei binari affollate di persone in attesa. Non si sarebbe potuta distinguere una stazione dall’altra, sembravano essere state costruite in serie. Il capotreno rientrò dalla porta della carrozza da cui era uscito. Lo studente di medicina, quando quello gli passò di fianco, lo afferrò per il braccio, si alzò e iniziò a camminare insieme a lui. Gli parlava a raffica, una parola dietro l’altra. La ragazza aveva girato la testa e lo seguiva con gli occhi. Anche stavolta il capotreno e lo studente finirono nell’altra carrozza. Fu presto di ritorno, stavolta, e disse alla ragazza che, se i responsabili del treno non sapevano di chi erano, quei bagagli, allora avevano il dovere di lasciarli a terra per l’incolumità dei passeggeri. Quale società di trasporti può essere così poco professionale? La ragazza lo ascoltava rosicchiandosi l’unghia del pollice. Lo studente di medicina, con fare risoluto, disse che li avrebbe lasciati a terra lui alla prossima fermata, quei maledetti bagagli. É una pessima idea, disse lei. Non aveva pensato che potevano davvero essere di qualcuno che stava in un’altra carrozza? Non lo aveva sfiorato, questa folle idea? Lui rispose che i bagagli non avevano neanche il lucchetto. Non era normale che il proprietario non fosse venuto a controllarli nemmeno una volta, Perché lasciarli lì, continuò lui, quando di spazio, sul treno, sembra essercene in abbondanza? E poi, quella scritta in quello strano alfabeto… La ragazza fece un lungo respiro, si ravviò i capelli, dirottò lo sguardo altrove. Alla prossima, disse lui, li prendo e li metto giù. Niente e nessuno mi farà cambiare idea. Non puoi guardare cosa c’è dentro?, disse lei. Almeno ti metti il cuore in pace. Lo studente di medicina sorrise con un ghigno, Certo, disse, Così saltiamo subito in aria. Che grande idea. La ragazza si mise a braccia conserte. Se il capotreno non mi ascolta, disse lui, mi tocca fare da me. Lei gli disse che non poteva. Era una cosa da matti. Lui ribatté che, se quei bagagli fossero rimasti ancora a bordo, allora sarebbe sceso lui. Lei gli chiese se non potesse starsene tranquillo, e perché stesse rendendo tutto così complicato. Che bisogno ce n’era? Lo studente di medicina non le rispose. Iniziò a muovere il ginocchio in modo nervoso. Ma se così fosse, se in quei bagagli ci fosse davvero quel che tu temi ci sia, disse la ragazza, e poi abbassò la voce, Perché non siamo già saltati in aria? Ma perché se non siamo esplosi nella Vecchia Città dobbiamo esplodere nella Grande Città, disse lui. Non sai come ragionano, quelli?

 

Il treno, la ragazza lo notava osservando prima nel suo finestrino e poi in quello dell’altro lato del corridoio, correva tra il fiume e quello che sembrava un altro grande fiume e che invece era un lago stretto e allungato. Se da una parte la riva era pianeggiante, dall’altra montagne ricoperte di boschi torreggiavano sopra i tetti dei paesi adagiati sull’acqua, con le loro spiagge sabbiose. Il treno entrò nella quarta stazione. Lo studente di medicina, appurato che la ragazza era ancora assorta a guardare fuori, si gettò sulle valigie incriminate. Ma lei se ne accorse e protese il braccio. Lo tirò per la maglia. Lui provava a divincolarsi, e lei fu costretta a protendere anche l’altro braccio. Adesso lo tirava per la maglia con entrambe le mani. I passeggeri della carrozza avevano sporto le teste e li osservavano con curiosità e timore. Qualcuno si era anche alzato in piedi, per vedere meglio. Lo studente di medicina e la ragazza lottavano senza esclusione di colpi: lui per mettere le mani sui bagagli, lei per trattenerlo. Le portiere nella zona di collegamento tra le carrozze si richiusero. Il treno ripartì in un istante. Lo studente e la ragazza si placarono, esausti. Una hostess, forse richiamata da qualche passeggero, si avvicinò a loro. Chiese se andava tutto bene. La ragazza disse che andava tutto benissimo, c’era stato solo un piccolo malinteso, ma adesso era stato risolto. La hostess non sembrava convinta. In ogni caso si allontanò e, dopo aver confabulato con qualche passeggero, uscì dalla carrozza. Lo studente di medicina e la ragazza si sedettero ai loro posti. Gli altri passeggeri parlavano tra di loro a bassa voce. Ogni tanto qualcuno si voltava per sbirciare.

Hai visto che cosa hai fatto, disse lui, siamo spacciati. Stavolta hai esagerato, disse lei. La prossima è l’ultima, prima della Grande Città, disse lui. Io scendo. Fa’ quello che vuoi, disse lei. Io non vado da nessuna parte. Bene, disse lui. Un’ora dopo la ragazza continuava a sbirciare dal finestrino. Il treno viaggiava accanto alle montagne. Ai loro piedi si susseguivano piccoli laghi senza increspature sulla superficie e casette di legno. Mandrie di mucche pascolavano libere nei prati dall’erba corta. Non erano montagne particolarmente alte. Alcune erano coperte di boschi di abeti, altre erano nude e le loro rocce, aguzze, erano alte nel cielo che si era fatto scuro e aveva notevolmente ridotto la quantità di luce. Un blocco unico di nuvole scure si muoveva a grande velocità coprendo le cime. Il treno si approssimò alla quinta stazione. Lo studente di medicina si alzò in piedi. Prese il suo bagaglio dallo scomparto e lo posò a terra. Lo afferrò per la maniglia. La ragazza lo osservava. Tu scendi con me?, disse lui. Lei gli rispose di no, gliel’aveva già detto. Come preferisci, disse lui, fissandola per qualche istante. La ragazza allungò le gambe di traverso, si girò dall’altro lato e chiuse gli occhi. Lo studente le diede le spalle e iniziò a trascinare il suo bagaglio per il corridoio. La ragazza, a quel punto, tornò diritta, aprì gli occhi e sbuffò. Torna qui!, gli urlò, ma quello stava uscendo dalla carrozza. I passeggeri si erano già messi sull’attenti, alzandosi in piedi o girandosi sui loro sedili. Lei per imprecò e diede un calcio al tavolino, poi raccolse la borsa e gli auricolari, trasferì, non senza fatica, il suo bagaglio sul corridoio, si alzò, si girò, fece un gesto osceno ai passeggeri, che la stavano osservando con occhi perplessi, e poi infine notò, guardando fuori dal finestrino, che lo studente era già sceso dal treno. Le porte si sarebbero richiuse da un momento all’altro. Si affrettò a uscire dalla carrozza e corse sulla scaletta d’uscita, ma poggiò male un piede e cadde in avanti, rovinando a terra. La valigia si aprì facendo un gran rumore. Alcune persone nei paraggi la raggiunsero e la accerchiarono per aiutarla. Lo studente, dopo aver sentito il tonfo, si girò e riconobbe la sua ragazza.

I pantaloni della ragazza si erano squarciati sul ginocchio. Le usciva un po’ di sangue. Lo studente di medicina, che intanto l’aveva raggiunta, disse di essere un medico e mandò via gli altri. Chiese alla ragazza che cosa avesse combinato, ma non ottenne risposta. Lei tirava su dal naso e respirava a scatti. Sembrava che stesse per piangere.  Il treno ripartì nel silenzio. Lo studente la aiutò ad alzarsi e la accompagnò alla panchina. La fece sedere. Aprì il suo bagaglio e ne estrasse un piccolo kit di pronto soccorso. Prese l’acqua ossigenata, del cotone, un cerotto, una garza. Le pulì la ferita; gliela coprì col cerotto; gliela fissò con la garza. Giusto per adesso, le disse. A casa falle prendere aria, così si forma la crosta. Lei non lo guardava nemmeno. Lo studente di medicina entrò in stazione per prendere i nuovi biglietti. Il prossimo treno per la Grande Città sarebbe arrivato non prima di una mezz’ora, sullo stesso binario. Quando tornò sulla banchina, constatò che la ragazza se n’era andata in un punto isolato e fumava una sigaretta. Le lasciò la sua intimità e si mise a sedere da solo. Dopo che ebbe finito, la ragazza si sedette sulla stessa panchina dello studente, ma a debita distanza e sempre senza rivolgergli né lo sguardo, né la parola. Iniziò a piovere una pioggia leggera ma fitta. Il vento era freddo sulla pelle, faceva venire i brividi, e sia lo studente che la ragazza furono costretti ad aprire i bagagli e indossare lui una felpa, lei un cappottino. La banchina si riempì in poco tempo di altri passeggeri. C’erano bianchi, mulatti, neri, all’appello non mancava nessuna etnia. L’attesa fu lunga.

Il treno entrò nella stazione. Se quello di prima aveva la forma di un serpente, questo non aveva nessuna forma particolare, era un treno qualsiasi in una stazione qualsiasi. Più che scivolare sulle rotaie, però, procedeva a sobbalzi, e in realtà, dunque, era peggio di un treno qualsiasi. La ragazza scosse leggermente la testa. La vernice originaria si era scolorita, l’esterno delle carrozze era stato ricoperto di scritte dal dubbio significato e disegni triviali. I freni stridettero tanto che chi aspettava lungo il binario dovette tapparsi le orecchie. Lo studente e la ragazza attesero il loro turno per salire sulla scaletta. Poi entrarono. Percorsero un tratto di corridoio, stretto e dal soffitto basso. C’era un insopportabile tanfo, un misto di sudore e ristagno di fiati rinchiusi per molto tempo nello stesso ambiente. L’illuminazione era precaria, molte luci erano fuori uso e quelle che funzionavano talvolta, dopo il fragore di un tuono, smettevano di funzionare per qualche secondo. Non c’era un posto libero sui sedili, figurarsi due posti liberi e vicini. I sedili erano disposti, come il treno predente, in due file da quattro moduli, due affacciati su altri due, ma adesso erano occupati da ogni tipo di essere umano, dall’impiegato al nullatenente, dall’anziano al ragazzo, dall’extracomunitario alla donnaccia. C’era chi stava senza scarpe, chi occupava due posti per dormire sdraiato, chi mangiava con le bacchette in scatole di plastica, chi faceva i compiti, chi parlava al telefono ad alta voce. Inaspettatamente trovarono due posti liberi che fossero anche vicini. Di fronte sedeva un signore che leggeva un libro in un alfabeto incomprensibile. Aveva la pelle scura e i capelli neri e lisci. Di fianco al signore una donna dagli occhi a mandorla. Anche lei aveva i capelli scuri. Guardava il cellulare. La pioggia era così forte che sembrava che dal cielo scendessero cascate d’acqua, più che gocce. Gli spifferi di aria gelida penetravano dalle fessure dei vetri e dalla porta della carrozza, che veniva aperta e chiusa di continuo. La ragazza si tirò su il bavero del cappotto e si rannicchiò sul sedile. Lo studente di medicina diede una leggera spallata alla ragazza. Lei lo guardò controvoglia. Lui le disse sottovoce che aveva osservato il signore seduto davanti a loro. Secondo lui aveva in mente qualcosa. La ragazza, attenta a non schiacciare il ginocchio medicato, gli ridiede la schiena e chiuse gli occhi. Ogni cinque minuti il treno fermava a una stazione. Erano stazioni piccole e desolate, edifici di modeste dimensioni con uno o due binari. Poche persone scendevano, poche salivano. La carrozza rimaneva affollata e l’aria, se possibile, diventava più pesante e più fredda.

Il fiume, notò la ragazza aprendo di poco le palpebre, cercando di vedere attraverso le gocce di pioggia che rigavano i vetri, aveva assunto un colore indefinibile. Più che acqua, sembrava scorrervi fango. Un’autostrada trafficata gli passava vicino. Una miriade di ponti lo tagliava nel mezzo. Non più boschi lo attorniavano, ma capannoni di industrie e alti edifici. La Grande Città non era lontana. La maggior parte dei passeggeri, raggiunta la periferia della Grande Città, iniziò a scendere. Scesero anche l’uomo dalla pelle scura e la signora dagli occhi a mandorla. Un quarto d’ora dopo schiere di palazzi coprivano il cielo. Solo i lampi rischiaravano le facciate degli edifici, imponenti e anonimi, illuminandone per qualche istante le centinaia di finestre. Ecco la Grande Città. Ti devo delle scuse, disse lo studente di medicina. Delle grandi scuse. Non so che cosa mi sia preso oggi. Si passò una mano sulla fronte, chinò la testa. A pensarci, adesso, mi sembra una follia. Mi dispiace. Mi vergogno un po’. Lo so che non va bene, che cosa pensi. Se vado avanti così, non combinerò nulla di buono. La ragazza si girò, lo squadrò a lungo. Gli fece un mezzo sorriso. Poi tornò a guardare fuori. Il treno fece il suo ingresso nella gigantesca stazione della Grande Città. La tettoia semicircolare di vetro con le volte di ferro sembrava più alta del solito. I fari al neon appesi alla tettoia erano accecanti. La ragazza non si era mai abituata a quelle luci. Il treno, seppur tra gli stenti, iniziò a frenare. I freni stridettero. Le portiere si aprirono dopo un brusco scatto. Una volta scesi, in mezzo alla calca, lo studente fece una smorfia e si fermò. Che c’è?, gli chiese la ragazza. Lo studente si toccò il pettorale sinistro. Secondo me non sono dolori intercostali, comunque. É la muffa, disse lui.

 

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Da “Nuove note su Edgar Poe” – Charles Baudelaire

Ma ecco la cosa più importante: noteremo che questo autore, prodotto di un secolo infatuato di se stesso, figlio di una nazione più infatuata di sé di ogni altra, ha visto chiaramente, ha imperturbabilmente affermato la malvagità naturale dell’Uomo. Vi è nell’uomo, egli dice, una forza misteriosa di cui la filosofia moderna non vuole tenere conto; eppure senza questa forza innominata, senza questa inclinazione primordiale, una folla di azioni umane resterebbero inesplicate e inesplicabili. Queste azioni attraggono proprio perché sono malvagie, pericolose; possiedono l’attrazione dell’abisso. Questa forza primitiva, irresistibile, è la Perversità naturale, che fa sì che l’uomo sia senza sosta e nello stesso tempo omicida e suicida, assassino e carnefice. Poiché, egli aggiunge con una sottigliezza notevolmente satanica, l’impossibilità di trovare un motivo ragionevole sufficiente per cercare azioni malvagie e pericolose potrebbe portarci a considerarle come il risultato delle suggestioni del Diavolo, se l’esperienza e la storia non ci insegnassero che Dio ne ricava spesso il ristabilimento dell’ordine e il castigo dei furfanti – dopo essersi servito di quegli stessi furfanti come di complici! Tale è la frase che scivola nel mio spirito, lo confesso, come un sottinteso perfido quanto inevitabile. Ma io non voglio, al presente, tener conto della grande verità dimenticata – la primordiale perversità dell’uomo – e non è senza una certa soddisfazione che vedo alcuni relitti dell’antica sapienza ritornarci da un paese, gli Stati Uniti, dal quale non li si aspettava. É piacevole che in tal modo alcune esplosioni di vecchia verità saltino in faccia a tutti questi adulatori dell’umanità, a tutti quelli che la cullano e la coccolano, che ripetono in tutte le possibili variazioni di tono: ” Io sono nato buono, e voi anche, e noi tutti: siamo nati buoni! “, dimenticando, anzi no, fingendo di dimenticare, questi egualitari a controsenso, che siamo tutti nati marchesi per il male.

 

da “Nuove note su Edgar Poe”, Opere, Charles Baudelaire, Meridiani Mondadori

La prima volta

I.

Quando Emma mi scrisse che a cena ci sarebbe stato anche La-Roy, corsi in camera da letto, spalancai l’anta e mi specchiai. I jeans mi slargavano i fianchi, la camicetta mi faceva la pancia. Ero tonica solo nello specchio della palestra. Mi spogliai e gettai le cose sul parquet. Frugai nell’armadio: avrei indossato un’altra camicia, meno aderente, e poi la giacchetta, i pantaloni neri, i tacchi.

– Ci sei? ‒  chiese mia figlia Olivia.

– Un attimo – bofonchiai mentre infilavo i pantaloni.

– Jack mi ha scritto che sono qui sotto – Giacomo era l’altro figlio di Emma, in classe con Olivia.

Mi sbrigai ad abbottonare la camicia. Indossata anche la giacca, tornai allo specchio. Strofinai il rossetto sulle labbra e calzai i tacchi.

– Mamma, dai.

Emma aveva prenotato per le nove al ristorante di pesce più quotato in città. I nostri mariti erano a cacciare in riserva e ci sarebbero rimasti tre settimane. Io avevo smesso di prendere gli ansiolitici: da quando non c’era Franco, nell’appartamento regnava la quiete.

Legalmente eravamo ancora sposati, nella pratica no. Vivevamo nella stessa casa, ma i rapporti terminavano lì. Io avevo la mia vita; lui, per quanto noiosa, la sua. Il mattino andavo in palestra, il pomeriggio lavoravo, la sera uscivo. Lui se ne stava in azienda, appena fuori città, dall’alba al tramonto.

In ascensore mi controllai ciuffo, eyeliner, rossetto.

– Stasera sei fissata – disse Olivia.

L’auto di Emma era accostata al marciapiede. Salimmo sui sedili posteriori, salutammo; Giacomo si fece in là per fare posto a Olivia. Alla guida non c’era Emma, ma La-Roy, che si girò per salutare. Indossava una camicia rimboccata sulle maniche.

– Sei tu il capitano? – dissi.

– Lei guida da cani – col pollice indicò la madre a fianco.

– Ma non dirne – disse Emma.

La-Roy guidava con una mano sul volante e l’altra sul cambio, un bell’orologio gli scintillava al polso.

I suoi genitori biologici erano fuggiti con lui dal loro paese quando lui aveva cinque anni. Era un posto povero, in balia di guerre ed epidemie.

Per sopravvivere, una volta arrivati altrove, avevano chiesto l’elemosina in stazione, avevano rubacchiato a chi capitava. Dopo qualche mese lo avevano lasciato in un istituto per minori perché non sapevano come tirare avanti e mai più come tirare avanti con un figlio.

Negli anni seguenti La-Roy era stato trasferito in un istituto di un’altra città.

Emma e Ivano lo avevano adottato quando aveva dieci anni.

Adesso era imponente e curato. Aveva la pelle color nocciola, i pettorali e i bicipiti gonfi, i capelli rasati sopra le orecchie e più lunghi sulla nuca. Il suo punto forte però erano gli occhi verdi. Li aveva presi dal padre, che era figlio di una bianca e di un nero. Almeno così diceva Emma.

 

II.

Sul marciapiede mi voltai per dire una cosa a Emma e colsi in flagrante La-Roy mentre mi guardava il sedere.

Lui dirottò lo sguardo altrove e finse di essere interessato alle vetrine dei negozi.

Il nostro tavolo era in fondo alla sala: La-Roy capotavola, alla sua destra io e alla mia Emma; dall’altra parte Olivia e Giacomo, che parlottavano tra di loro come se noi non ci fossimo stati.

La-Roy parlava di esami e di automobili, di viaggi e di sport. Più che altro parlava a me. Io lo ascoltavo. Emma interveniva poco, a differenza del solito; quando eravamo tra noi parlava senza sosta.

La-Roy mi poggiò una mano sul polso.

– La finisci? – indicò la mia birra ancora piena.

– Non credo.

– Posso rubartene un goccio?

– È tutta tua.

La-Roy mi guardò negli occhi per qualche istante. Afferrò la bottiglia, ne rovesciò mezzo bicchiere.

 

III.

La mattina dopo andai in palestra per il corso di pilates. Negli spogliatoi mi sfilai t-shirt, pantaloncini e mi diedi un’occhiata nello specchio. L’allenamento sembrava dare risultati: pancia piatta, seno rialzato. Mi voltai di schiena; anche il sedere non era malaccio.

Il telefono squillò. Mi avviai verso la panca, frugai dentro il borsone, risposi: era Emma. Mi invitava a prendere un caffè nel tardo pomeriggio.

– La-Roy non fa che parlare di te – mi disse dopo un po’ che parlavamo – Dice che sei bella.

– Allora digli di fare una visita agli occhi.

– Gli ho detto che con vent’anni in più ci sarebbe anche potuto uscire con te.

– O vent’anni in meno io.

– O un matrimonio in meno, tu.

Ridemmo entrambe. Emma con una tonalità di voce piuttosto stridula.

– In realtà… – dissi io tornando seria –  Lo sai… É come se fossimo estranei, Franco e io…

– Sì – mi interruppe – ma siete ancora sposati.

Ci furono momenti di silenzio.

– Ma poi… Di che stiamo parlando? – rise ancora.

In ufficio non c’era molto da fare. Afferrai il telefono sulla scrivania. Con sorpresa, constatai di avere una nuova richiesta di amicizia da parte di La-Roy. La accettai.

Avevo conosciuto La-Roy quattro anni prima. Era al posto del passeggero sulla macchina di Emma, davanti alla scuola. Io aspettavo Olivia, loro Giacomo. Alle medie erano già in classe insieme.

Ero sbucata dal finestrino di La-Roy e li avevo salutati. Emma mi aveva notato e aveva abbassato il vetro.

– È tuo figlio o il tuo amante? – avevo scherzato io.

 

IV.

Emma e io bevemmo quel caffè in un locale del centro. Lei parlava di Giacomo e Olivia, dei nostri mariti fuori città. Solo quando fummo al bancone per pagare accennò all’altro figlio:

  Siete diventati amici.

– Chi?

– Tu e La-Roy.

– Ah. Sì.

Andando in palestra ero ferma al semaforo. Il rosso durava un’eternità. Diedi un’occhiata al cellulare, c’era un nuovo messaggio di La-Roy:

 – stasera beviamo una cosa insieme?

Scattò il verde. Lasciai cadere il cellulare sul sedile del passeggero e accelerai.

Durante la lezione di pilates pensavo a come rifiutare il suo invito senza essere scortese.

Negli spogliatoi mi indagai nello specchio. Sedetti sulla panca. Presi il telefono e provai a rispondergli, ma dopo vari tentativi lasciai perdere. Non sapevo che scrivergli. Mi rivestii e andai prima a pranzo, poi a lavoro.

 

V.

La sera rientrai per preparare la cena a Olivia.

– Sono tornata – dissi spalancando la porta.

Nessuna risposta:

– Ehi – ripetevo in giro per l’appartamento. Eppure doveva essere in casa a studiare.

Udii dei passi, qualcuno correva per il corridoio.

In cucina mi munii di coltello. Mi feci coraggio prima di addentrarmi.

Sospiri, bisbigli, rumori venivano dalla sala.

Le tende si mossero un momento, poi tornarono ferme. Senza fare rumore mi avvicinai. Con uno strattone le scostai, portando il coltello in alto.

– Ferma! – urlò Olivia al fianco di Giacomo – Sei pazza?

Rinculai all’indietro.

Olivia era in mutandine e reggiseno, aveva i capelli arruffati, il sudore le imperlava la pelle. Giacomo era a torso nudo e con gli slip, il pene eretto, anche lui sudato in fronte e coi capelli irti sulla nuca. Notai graffi sui fianchi di lei e succhiotti sul collo di lui. Erano giovani, eccitati, vivi.

– Sparite di qui – dissi aprendo il palmo in direzione della camera di mia figlia – Via.

Preparai la cena per entrambi, mangiammo insieme. Lui se ne andò verso le dieci.

Ero nel letto, guardavo un film in tv. Quando iniziò l’ennesima serie di pubblicità staccai il cellulare dalla carica e scrissi a La-Roy:

– perché vuoi vedermi?

Dieci minuti dopo, nel mezzo di una scena cruciale, mi rispose: – per bere una cosa insieme

– non ti vergogni? – risposi io.

 Non mi rispose.

Uscii dalla chat, tornai al film.

 

VI.

In ufficio non c’era niente di che da fare, mi dissero che potevo tornare a casa prima.

Alle cinque e mezza salivo in macchina.

Infilando la chiave, sentii della musica. Doveva arrivare dalla camera di Olivia. Chiusi, senza fare rumore.

Mi diressi, al buio, fino in fondo al corridoio.

Vedevo la luce nello spiraglio tra la porta e il parquet.

Mi accostai con l’orecchio: gemiti e sospiri, tonfi di carne contro carne.

Abbassai la maniglia e aprii di poco. Sbirciai all’interno.

Olivia era piegata a novanta col busto sul letto, e non Giacomo, ma La-Roy la prendeva da dietro, stringendole le natiche con le mani.

Era proprio lui. I suoi muscoli, lucidi di sudore, si contraevano e si distendevano a intervalli regolari.

Olivia sembrava divertirsi molto.

Richiusi senza farmi sentire. Andai in cucina.

Mezz’ora dopo entrarono anche loro. Io guardavo la tv mangiucchiando delle merendine. Sul tavolo, oltre alle cartacce delle merendine, c’era la boccetta degli ansiolitici.

Olivia era in maglietta e calzoncini, a piedi scalzi; La-Roy in camicia e jeans aderenti. Si sedettero con me.

– Ma non uscivi con suo fratello? – dissi a lei.

Nessuno dei due si aspettava una domanda del genere. Si guardarono, imbarazzati.

– Ho proprio una figlia modello – rincarai.

La-Roy disse che doveva tornare a casa. Il mattino dopo doveva dare un esame in università.

 

VII.

Franco mi telefonava ogni sera verso le undici. Mi raccontava di quel che aveva cacciato o no con Ivan, gli aneddoti della giornata. Non rischiava di interessarmi neanche per sbaglio. Io dicevo di sì, auguravo buonanotte e riattaccavo con la scusa che avevo sonno. Qualche volta lui tirava fuori che gli mancavo, che una volta tornato avremmo messo le cose a posto.

La notte sognai La-Roy.

Eravamo nudi nel deserto. Io ero seduta sulle sue spalle, lui camminava sotto il sole. Sudati, spossati, sfiniti andavamo sotto il sole.

Procedevamo in silenzio nella sabbia.

Valicavamo dune.

A un certo punto trovammo uno specchio d’acqua, un’oasi. Avvicinandoci, però, più che un’oasi adesso era un lago, un mare.

L’orizzonte si era trasformato in un’unica massa azzurrognola. L’acqua, piatta, prometteva refrigerio. Non eravamo più nel deserto, ma su un prato dall’erba tagliata corta con boschi di pini tutto intorno.

– Andiamo? – dopo essere entrato coi piedi.

Mi guardava dal basso con la bocca spalancata, la dentatura perfetta in mostra. Dissi di sì con la testa e lui si inoltrò.

 

VIII.

La mattina dopo non mi presentai al corso di pilates. Dormii fino alle undici. Non mi alzai subito, quando mi svegliai; rimasi sdraiata supina, con la testa rivolta al lampadario.

La suoneria del cellulare mi colse di sprovvista e mi fece prendere un colpo. Mi chinai sul comodino e lessi che era Emma. Staccai il cellulare dalla carica, risposi.

– Dico tutto a Franco.

– Eh?

– Tu e La-Roy.

– Cosa?

– Gli hai scritto.

– Io non ho scritto niente a nessuno.

– Gi hai scritto.

– Lui mi ha scritto, Emma.

– Ha lasciato la conversazione aperta sul computer.

– Allora hai letto che ha cominciato lui.

Continuammo così per dieci minuti, poi mi disse che La-Roy aveva passato l’esame col massimo dei voti, e che lei non gli aveva detto niente per non rovinargli la giornata. Aggiunse che non gli avrebbe detto niente a riguardo nemmeno in futuro, propio come se non fosse mai successo.

Allo specchio tirai su la maglietta e mi controllai il seno, la pancia. Inarcai il sedere, mettendomi sulla punta dei piedi. Lo specchio di casa mi tradiva ancora.

 

IX.

A lavoro concedevano a ciascuno un quarto d’ora di pausa. Erano le quattro e mezza di pomeriggio. Nella sala macchinette presi il cellulare. Aprii la conversazione con La-Roy e rilessi cosa ci eravamo scritti. Poi gli scrissi: – com’è andato l’esame?

Bevvi un caffè, feci due parole con un collega e mangiai una merendina del distributore.

Il cellulare squillò, lo afferrai:

– 27 

– allora bisogna festeggiare

– perché mi scrivi?

– ti va di vederci una volta?

Non mi rispose per un po’.

– sei sicura?

– se non vuoi no

– sì che voglio. vediamoci

Ci trovammo per le nove e mezza davanti a un hotel in centro, tra i palazzi alti e le torri di vetro. Era una costruzione alta e imponente. Una buona parte delle finestre era illuminata. 

Indossavo un tailleur grigio, ero senza calze e coi tacchi alti; lui aveva la solita camicia e i jeans.

Provò a darmi un bacio a stampo, ma io mi scansai.

Gli feci segno di seguirmi. Un’alta e larga scalinata conduceva alle porte vetro scorrevoli.

Attraversammo la hall. Al bancone chiesi io la camera. Lui rimase dietro di me.

 

X.

La stanza profumava di pulito. Sulla sinistra c’era un letto matrimoniale e sulla destra una scrivania nera con una sedia di plastica. Sul muro erano appesi un televisore a schermo piatto, uno specchio dalla forma irregolare, un dipinto astratto.

Spensi i neon del soffitto, accesi le lampade sui comodini. Le tende erano già state tirate.

La-Roy provò a baciarmi un’altra volta, ma lo respinsi ancora.

Gli sbottonai la camicia.

Mi misi in ginocchio davanti a lui.

Gli calai i pantaloni. Poi le mutande.

Più di una volta mi disse di far piano con la bocca, godeva troppo e rischiava di finire subito.

Mi spogliai, mi calai le mutandine.

Si spogliò interamente anche lui. Andammo sul letto.

Si mise sopra di me.

Il suo pene era dritto e vigoroso, ma La-Roy si fermava, usciva, mi toccava, mi baciava un capezzolo, mi leccava la pancia, riprendeva: peccava di discontinuità. Godevo giusto delle sue grandezze.

Gli sedetti sopra io, dandogli la schiena. 

Dopo qualche minuto mi spinse a lato: – Piano.

Mi girai.

Saltai a un ritmo più contenuto.

Lui chiudeva gli occhi e si sforzava per trattenersi.

Una manciata di minuti dopo mi misi a quattro zampe. Alzai il sedere.

I colpi di La-Roy rimbombarono nel silenzio ovattato della stanza.

Dopo non molto tornò a fermarsi, riprendere, fermarsi, riprendere.

– Mettilo qui – gli dissi, esasperata.

Lui rimase immobile per qualche istante. Voleva essere sicuro di aver capito bene. Poi protese il collo.

Mi stuzzicò l’ano con la lingua. Lo lubrificò.

Ci infilò un dito. Lo tolse.

Infilò il resto.

Digrignai i denti. Inspirai ed espirai profondamente. Mi scappò più di un urlo.

Era la prima volta per me.

Dopo qualche incertezza, cominciammo.

Non riuscivo a contenermi, dovevo urlare. Gridai come una dannata per tutto il tempo.

La-Roy non ci mise molto a finire, per fortuna.

Rotolò via.

Andai in bagno a piccoli passi, con le gambe rigide. Sciacquandomi, notai che mi usciva un po’ di sangue.

 

XI.

Mentre rivestiva la camicia, La-Roy mi dava la schiena. Gli dissi che saremmo usciti prima uno e poi l’altra, per evitare anche il minimo rischio che qualcuno ci vedesse.


– Se scappa una parola fuori di qui…

– Per chi mi hai preso? – mi disse, girandosi.

– Dico a Franco che mi hai costretta.

La-Roy era interdetto.

– E sai qual è la sua passione?

– Tu?

– I fucili – dissi io.

Dopo avermi salutato con un bacio sulla guancia, se ne andò.

Mi trascinai allo specchio. In palestra avrei dovuto allenarmi sugli addominali bassi e le cosce.

 

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